La trasferta del Volley Rezzato tra attitudine, etica e panini salvavita

Lo spirito di squadra si forma anche in trasferte chiuse nel cuore della notte come quella di venti giorni fa del Rezzato (serie D), per gli ottavi della Coppa Lombardia di pallavolo femminile. Partenza in corriera alle 18 dal palazzetto, destinazione Pavia, per sfidare alle 21 il Cus, che gioca in una categoria superiore.
È infatti in corsa per la B2 e ha già vinto all’andata. È una mission impossible, eppure le ragazze ci sono tutte, anche se è martedì e hanno dovuto strappare ore preziose al lavoro o allo studio, nel segno della passione che anima lo sport più genuino, quello giocato a livello dilettantistico e vissuto con lo stesso entusiasmo di quello professionistico.
Il viaggio
Quando le atlete sono tutte salite il primo grido di allarme viene lanciato da quelle sedute in fondo: «Abbiamo preso i panini?». La rassicurante conferma arriva da Debora Chiarini, qui col marito Giovanni Filippini a incarnare il ruolo di dirigente. La loro figlia Roberta gioca nella formazione di Seconda divisione, eppure loro sono venuti lo stesso a seguire la prima squadra. Lei è l’indispensabile factotum che si occupa di tutta la parte organizzativa della società. «Io invece sono solo il suo galoppino», sospira con grande senso di autoironia il marito Filippini. Farà molto di più al campo, in una serata memorabile.

Il viaggio non scorre molto veloce, il traffico è intenso, le giocatrici – molte di loro giovanissime – ingannano il tempo ascoltando musica. A Pavia si arriva alle 20. La prima tappa potrebbe essere la meravigliosa Certosa, ma non c’è proprio tempo e ci si fionda direttamente al centro universitario dove l’impatto è bello forte. Siamo nella casa di ben tre olimpionici. Qui si sono infatti allenati Manfredi Rizza (argento 2020 nel kayak) Monica Boggioni (nuotatrice paralimpica con undici ori) e Mauro Nespoli (oro a squadre 2012 nel tiro con l’arco) e una targa ricorda le loro imprese.
Le altre sale brulicano di atleti che praticano l’arrampicata e presto diventa tale, un’arrampicata, anche la partita, perché dopo aver mangiato in fretta qualche pezzo di frutta e svolto un veloce riscaldamento, le ragazze di Rezzato nel primo set sono asfaltate (25-16). Sembra una pratica già chiusa, qualcuno in tribuna sta già prenotando il ristorante.
La riscossa
C’è uno striscione che campeggia in questo tempio dello sport («La mia vita non è un gioco ma questo gioco è la mia vita»). Chissà quante volte lo avranno letto le atlete di casa. Per quelle di Rezzato, probabilmente, è la prima volta, perché in loro scatta l’orgoglio di chi non vuole arrendersi nemmeno all’evidenza. Nel secondo set la reazione è selvaggia, presto raggiungono il 9-3 e nel palazzetto piombato nel silenzio si sente solo una sola, coraggiosa voce, quella di Giovanni Filippini che urla: «Rezzato, Rezzato!». È il solo appassionato tifoso ospite.

Preoccupato, l’allenatore di casa chiede time-out e dall’altro lato della rete arrivano dal Cus Pavia quegli sguardi di rispetto che le avversarie si sono meritate. La formazione di casa la spunta 25-22. Ma non è finita. Nel terzo set il Rezzato ricomincia con più rabbia di prima, il tecnico Giacomini modifica l’intero roster senza che il rendimento ne risenta e il 19-25 messo a terra dalla capitana Susan Van Nieuwpoort vale da solo l’intero viaggio. Ormai si è fatto tardi, c’è chi si arrangia al distributore di merende della palestra perché le ragazze del Rezzato hanno deciso che si andrà a cena solo quando lo vorranno loro.
Le atlete di casa devono dare tutto per aggiudicarsi la quarta frazione (25-22) e la partita, dopo quasi due ore di battaglia contro le irriducibili avversarie, uscite a testa alta da una manifestazione cominciata a settembre e prolungata a suon di risultati fino a marzo. Poi via, dopo una rapida doccia tutte sul pullman. Impensabile, vista l’ora tarda, fermarsi a un autogrill. Provvidenziali quei panini divorati con la lieta furia di atlete che non hanno nulla da rimproverarsi.
Il viaggio di ritorno comprende anche un imprevisto, perché l’autista si ferma per assistere una collega che si è persa e non sa come raggiungere la propria destinazione neppure con l’aiuto del navigatore. E così si torna in terra bresciana solo all’1.30 di notte. Le voci, in corriera, si sono fatte sempre più fioche. Qualcuna già sonnecchia, il cuore salta comunque di gioia per un’esperienza che ha rinsaldato l’unione del gruppo.
L’indomani tutte alla vita di sempre, nonostante le ossa indolenzite e gli occhi ancora pieni di sonno. Le ragazze del Rezzato sono di scorza dura.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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