Storie

Luigi e la vita scolpita nel legno: la creatività non va in pensione

Maria Teresa Marchioni
Una storia di pazienza, talento e amore per le cose fatte bene. Una vocazione tenuta in disparte per anni, poi liberata
Luigi Frosio espone i suoi lavori anche nei mercatini della Bassa © www.giornaledibrescia.it
Luigi Frosio espone i suoi lavori anche nei mercatini della Bassa © www.giornaledibrescia.it
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La manualità e la creatività sono come il coraggio di don Abbondio: «Uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare». Puoi affinarle, ma se madre natura s’è scordata di regalartele, meglio lasciar perdere. Lui le ha. Infatti, nonostante la vita l’abbia dirottato su altre strade, alla fine questi doni ricevuti dal cielo hanno prevalso: lui ha ceduto volentieri, forse perché non aspettava altro.

Luigi Frosio, ottant’anni di Ghedi, è un ex «tante cose», che ad un certo punto della vita s’è levato la soddisfazione di lavorare il legno per cavarne soprammobili, piatti, scodelle, sedie, quadri, leggii, presepi, alberi di Natale, taglieri semplici e composti, come quello, appena fatto, dedicato all’amore.

Tante ne pensa, tante ne fa: «Compreso un bassorilievo dell’Ultima Cena di Leonardo e altri quadri famosi – dice –. E poi i mobili di casa mia e dei miei figli».

La storia

Nato contadino, Luigi rimane tale anche quando il destino cerca di strapparlo alla terra. Nel ’72 muore suo padre, con il quale accudiva una cascinetta in via Bagnolo. Costretto a disfare l’azienda, finisce in ferriera, gruista all’Alfa Acciai: vende mucche, maiali e vitelli, ma tiene la terra perché, come diceva Drovandi nel film «Speriamo che sia femmina» di Mario Monicelli, «se vendi non è più tuo». E lui, scarpe grosse e cervello fino, non concepisce una vita lontano da quella terra che, «pur avendomi fatto sudare, mi ha visto nascere».

Qualche anno dopo lo troviamo alla scuola media di Ghedi: bidello vecchia maniera, di quelli che portano le circolari, supportano i docenti e, se serve, dipingono le aule. Quando suona la campanella, però, torna a lavorare la terra.

Dunque, contadino, gruista e bidello. E la manualità? E la creatività? Pur avendole ricevute in dono da madre natura non le aveva mai assecondate: al massimo qualche lavoretto così, per tenerle buone. Ma le vocazioni sono come i bambini che, quando vogliono il gelato, prima chiedono, poi implorano, infine piangono, finché mamma non cede: sono come un tarlo che ti tormenta fino a quando non ti arrendi.

L'Ultima cena di Leonardo, un piccolo capolavoro realizzato da Luigi Frosio © www.giornaledibrescia.it
L'Ultima cena di Leonardo, un piccolo capolavoro realizzato da Luigi Frosio © www.giornaledibrescia.it

In pensione

La svolta arriva quando, sotto i 60, Luigi va in pensione: senza lavoro, rimangono la moglie, due figli oramai grandi, l’orto, un po’ di terra da coltivare e tanto tempo libero. La manualità e il bernoccolo, che fino a quel momento s’erano accontentati della seconda fila, reclamano il proscenio.

Quasi a voler recuperare il tempo perduto, compera tornio, piallatrice, sega, scalpelli e tutto il resto. Poi si mette all’opera: come Michelangelo liberava l’immagine presente nel blocco di marmo (immagine che solo lui vedeva), Luigi rimuove il materiale in eccesso per far emergere gli oggetti che vede nel legno grezzo. Ne ha fatti un’infinità.

Gli è accanto la moglie Maria Grazia, maestra della Primaria in pensione. Lo supporta nel lavoro e lo sopporta quando, a pranzo, arriva a tavola che la pasta è fredda: «Dovevo finire di piallare», si giustifica. È una balla, ma lei fa finta di niente: sa che il marito preferisce i trucioli di legno ai fusilli col salmì.

Capita di vederli, d’inverno, col freddo che fa, nei mercatini della Bassa. Lui e lei seduti tra gli oggetti che hanno creato: sembrano uno dei loro presepi.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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