La storia dei cinque fratelli morti in un pozzo per salvarsi l’un l’altro

Lasciarono sola una madre già vedova da molti anni, ventidue figli e figlie grandi e piccini e uno che sarebbe nato di lì a pochi mesi. Vincenzo, Giuseppe, Severino, Ersilio e Guerrino Sirani morirono asfissiati nel pozzo nero della cascina di Chiari in cui vivevano. Era il 17 marzo 1952.
Una tragedia di cui la famiglia e il paese custodisce ancora la memoria, di cui scrissero all’epoca sia i quotidiani locali che quelli nazionale tanto grande fu lo sgomento per una simile disgrazia.
Nel pozzo

Era un lunedì di primavera: alla cascina Rusmina i cinque fratelli erano impegnati a svuotare il pozzo nero per concimare i campi. Nel primo pomeriggio, l'imprevisto: il tubo della pompa non pescava più perché il livello del concime era ormai sceso a poco più di mezzo metro. Severino, 43 anni, decise di scendere con una scala a pioli nella concimaia, profonda in tutto circa quattro metri, per riempire un secchio manualmente: fu l’inizio della fine. Esalazioni invisibili e letali lo avvolsero in un istante. Riuscì a risalire fin quasi all’orlo della botola per avvertire il fratello Ersilio che quasi in respirava più, poi si lasciò cadere sul fondo del pozzo.
Si avviò così la tragica catena. Prima Ersilio, 39 anni, poi Guerrino, il fratello più giovane, 36enne, Giuseppe, di 44 anni e infine Vincenzo, il maggiore, di 46enne, entrarono nella botola uno dopo l’altro del disperato tentativo di salvare i fratelli. Nessuno ne uscì vivo, nonostante nel fratello fosso accorso anche il 21enne Dante Sirani, figlio di Vincenzo, che invano aveva tentato di fermare il padre.

I soccorsi
La scena che si presentò ai primi soccorritori fu spaventosa. I corpi dei cinque fratelli, una volta estratti con estrema difficoltà, ripescati con una forca agricola a cui vennero piegati i denti in modo da riuscire ad agganciare i cadaveri per ripescarli da quella che i cronisti dell'epoca definirono una «putrida tomba», vennero adagiati nella piccola chiesetta di San Francesco, annessa alla corte della Rusmina.

Lì, allineati «su un bianco giaciglio improvvisato», le salme ricevettero l'omaggio silenzioso e straziante di un intero popolo. Il Giornale di Brescia descrisse con toni cupi l'atmosfera di quei momenti: una processione ininterrotta di contadini, vicini e autorità, ammutoliti davanti a quel letto di morte.

Al centro di questo dramma restava la figura monumentale e tragica di mamma Paola Marini. Già vedova di guerra – suo marito Giovanni era morto nel 1918, sotto un bombardamento alla stazione di Chiari mentre tornava a casa in licenza – si ritrovò in un solo pomeriggio a perdere cinque dei suoi sette figli. Sopravvissero solo Federico, di 41 anni, e Domenica, di 37.
Come era già successo a lei, le nuore, da un istante all'altro, si erano ritrovate ad occuparsi di famiglie numerose e senza più sostentamento.
Gli orfani

Vincenzo lasciò sette figli, tra cui quel Dante che lo aveva visto sparire nel pozzo; Giuseppe ne lasciò sei; Severino ne lasciò tre; Ersilio sei. Guerrino, il più giovane, era sposato da soli due anni e sua moglie portava in grembo il loro primo figlio, una creatura che sarebbe nata pochi mesi dopo senza mai poter conoscere il calore di quell'abbraccio paterno.
Ventidue orfani in totale, una nidiata di piccoli rimasti senza i loro papà.
Il ricordo

Oggi, una lapide nella chiesetta rurale di San Francesco parla ancora di un «sublime olocausto di puro amore fraterno». Ricordare i fratelli Sirani – ha scritto il nipote Gianmario in una lettera pubblicata oggi sul nostro giornale – «significa onorare cinque uomini che, nel momento più estremo, scelsero di non voltarsi dall'altra parte».
La loro storia è una testimonianza potentissima di cosa significhi essere fratelli: scendere nell'abisso insieme, piuttosto che lasciare che l'altro lo affronti da solo. Una pagina dolorosa, ma intrisa di umanità che ancora oggi Chiari ricorda. Accanto alla chiesetta della cascina Rusmina furono piantanti cinque cipressi, a ricordo di ognuno dei fratelli Sirani.
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