Quel bizbolà lezér ci racconta la Russia

Non solo quel che diciamo, ma anche il modo in cui lo diciamo - in cui parliamo - racconta di noi. E così inciampi nella pronuncia, tentennamenti, groppi alla lingua possono diventare segnale di uno stato d’animo.
Una conferma di più mi è arrivata leggendo le 51 poesie in dialetto che animano «Ön dé v’el cöntaró - Russia 1943», la bella raccolta appena pubblicata da Marco Gatti per la Compagnia della Stampa. Racconta della Campagna di Russia e di Nikolajewka attraverso lo sforzo non tanto di evocare avvenimenti e fatti bellici, quanto piuttosto gli stati d’animo di chi c’era. Ecco allora l’alpino sull fronte che prende «da le scarsèle / foto stranfognade / de amur lassàcc / e mai dezmentegàcc. / L’è ’n bizbolà lezér / per diga: / «Turnaró!». Il biszbolà è così il bisbigliare intimo che parla di dolore, di lontananza, di fragilità. E poco oltre ecco l’alpino tornato a baita che - di fronte agli occhi delle madri che gli chiedono dei propri figli rimasti sul campo di battaglia - si limita a farfoià, trovandosi tra le mani solo una «mezàna engrabiàda» (una matassa ingarbugliata) di emozioni.
Il verbo «farfugliare» ha evidente origine onomatopeica. È il «farfullar» della lingua spagnola, il «farfar» dell’arabo. È il «bar-bar» - cioè il parlare confuso e incomprensibile - con cui gli antichi greci indicavano gli stranieri, i «barbari», di cui semplicemente non capivano la favella.
Mille i modi in cui parliamo, e che raccontano di noi. E sui quali vi chiedo un aiuto. Ho in un cassetto della memoria una vecchia zia che evocava - tra gli altri modi - il «parlà picù». Cosa significa per voi parlà picù? Cosa racconta di noi? Gràsie fés, gnari...
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
