Quei bresciani internati nel limbo sconfinato di Zonderwater

Zonderwater vuol dire «senza acqua» in afrikaans, quel miscuglio di olandese e inglese parlato in Sudafrica. E proprio vicino a Pretoria sorse tra l’aprile 1941 e il febbraio 1947 il campo di prigionia alleato che con quel nome non evocava nulla di buono.
Gli inglesi vi confinarono 100mila tra soldati e coloni civili italiani, fatti prigionieri tra Libia e Africa Orientale. Una città nel nulla, la più grande struttura di detenzione per italiani mai esistita, organizzata in sottocampi, con 30 miglia di strade interne, che da tendopoli con condizioni di vita disumane, divenne dal 1943 una realtà per molti aspetti modello. Vi sopravvissero anche molti bresciani. Il numero non è certo. Fonti di stampa degli anni ‘70 azzardano la cifra di 5.000, anche se - visto che la nostra era anzitutto zona di reclutamento di alpini e che le Penne nere furono più che in Africa dispiegate su altri fronti nella Seconda guerra mondiale - tale numero è probabilmente da ridimensionare. Non pochi, in ogni caso, le cui sorti caddero presto nel dimenticatoio nel dopoguerra. Non per tutti. Almeno dal 1972 è documentata l’esistenza di un’associazione di ex Prisoners of war (Pow) bresciani di Zonderwater, che si raccolse attorno all’ex sottotenente medico di Manerbio Guglielmo D’Aloia, per rievocare gli interminabili mesi di prigionia.

Nel campo
A Zonderwater la permanenza per molti si prolungò fino al 1947. Un tempo invivibile, non fosse stato per l’arrivo nel 1943 di un nuovo comandante. Il colonnello Hendrik Frederik Prinsloo nel 1899, solo 12enne, era stato catturato dai Boeri nella seconda guerra che contrappose i britannici agli ex coloni olandesi. L’aver sperimentato la prigionia, lo indusse a imprimere una svolta a Zonderwater.
Trasformò l’immensa tendopoli in una distesa di piccoli edifici in muratura, rinnovando poi l’ospedale del campo (3.000 posti letto) col contributo dei sanitari italiani. E istituì un ufficio Welfare e consentì ai Pow di organizzare attività ricreative e non solo. Ai tornei sportivi (su un numero impressionante di impianti), alle proposte filodrammatiche (in 23 teatri), alla circolazione di giornali interni (ampio il coinvolgimento dei bresciani, si veda sotto), si affiancarono laboratori artigianali (con tanto di fiere espositive), ma pure scuole, che abbatterono l’analfabetismo tra i prigionieri. Il che nulla toglieva alla nostalgia di casa, alla fame che assillava quei ragazzi e alle incertezze di un tempo dannato. Ad alcuni, specie dopo l’8 settembre 1943, fu consentito di lasciare il campo di giorno per lavorare in fattorie della zona. Ciò favorì la nascita di relazioni con la popolazione locale, destinate a sopravvivere allo smantellamento del campo. Sui social network, quando si parla di Zonderwater, non è raro imbattersi in post di sudafricani figli di ex Pow rimpatriati in cerca di notizie dei padri. Ma non pochi furono gli italiani che una volta liberi rimasero in Sudafrica.
I bresciani
Bresciani inclusi. I nomi di alcuni ricorrono anche nel volume di Carlo Annese «I diavoli di Zonderwater»: è il caso del desenzanese Mario Bonatti, poi dirigente locale della Pepsi-Cola, e del gussaghese Valerio Cominelli, in seguito imprenditore nel settore delle confezioni. Portando anche alle latitudini australi un po’ di quella consuetudine al fare di marca nostrana. Tra i 21 profili meglio ricostruiti vi è pure quello di don Guido Ragnoli, cappellano militare, oggi ricordato anche al Vantiniano.
Partiamo dal calcio, che spopolava: ogni sottocampo vantava una sua rappresentativa (tra esse i «Diavoli Rossi», ispirata alla pattuglia acrobatica dell’allora Regia Aeronautica che avrebbe poi ceduto stemma e insegne al 6° Stormo di Ghedi). Accanto ai nomi di calciatori illustri, c’erano atleti nostrani: la memorialistica dei reduci ricorda un Egidio Bonomelli da Nigoline, capitano della «Garibaldina». Non stupisce che, a replicare consuetudini prebelliche, nacque un giornale sportivo - «Tra i reticolati» - ben presto passato a raccontare tutta la vita dei Pow.
A dirigerlo, strutturandolo con corrispondenti nei sottocampi, uscite regolari e numeri speciali fu il bresciano Giulio Verri, sergente del Genio, cronista nella vita da civile, ricordato tra gli altri da Mario Gazzini nel suo «Zonderwater». A dargli man forte, come caporedattore, un altro bresciano: il fotografo Fernando Abela. Classe 1899, figlio d’arte, Abela aveva alle spalle una storia fuori dal comune. Inseguito dai creditori, abbandonò la Leonessa (e la moglie da cui si separò) a metà Anni ’30, arruolandosi nella Regia Aeronautica per cui effettuò rilevazioni aeree nell’Africa Orientale Italiana, tra Massaua e Asmara. La Seconda guerra mondiale lo sorprese ad Agordat, dove si guadagnò una Croce di guerra al valor militare salvando da un incendio un archivio fotografico. Catturato dagli inglesi a fine marzo 1941 con la resa dell’Eritrea, finì a Zonderwater, dove dal 1943, divenne anima dell’ufficio «Welfare». Oltre che vincitore di un premio di poesia con «La commedia del sentimento», fu tra gli attori più apprezzati (anche in vesti femminili) delle varie filodrammatiche, forte dell’esperienza maturata in gioventù nei teatri bresciani. Documentò sempre coi suoi scatti le molte attività del campo: alla fine del conflitto realizzò album che donò agli ufficiali inglesi che più umanità avevano mostrato ai Pow. Uno è conservato al National Museum of Military History di Johannesburg. Tornato libero, si stabilì a Pretoria, dove aprì uno studio fotografico (l’«Abela & Alessandri artistic photographiers», ricordato in «Album coloniale», Grafo, 2004). Tornò in Italia nel 1957 e morì indigente a Roma nel 1968. Forse rimpiangendo gli anni africani.
La Federazione provinciale di Brescia dell’Istituto Nastro Azzurro sta promuovendo la pubblicazione di un volume relativo ai bresciani che furono internati a Zonderwater. Chi avesse ricordi o documenti di familiari è pregato di contattare la Federazione all’indirizzo email federazione.brescia@istitutonastroazzurro.org
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