L’orto, la vanga e la talpa (vincitrice)

Ci sono azioni che ti qualificano come essere umano, gesti che ti posizionano là dove devi essere nel mondo. Comportamenti che ti inseriscono nel flusso dell’esistenza. Vangare l’orto ti gratifica nel profondo, ti insegna che nessun risultato arriva senza la fatica, che quella fronte imperlata, quel dolore alle spalle che sembra stiano per staccarsi, quelle vesciche sulle mani, ecco, tutto questo è per te, perché da quella terra che stai lavorando arriva il futuro.
Vangare è potenza, ma non inteso come retrogrado concetto di machismo ormai fuori tempo massimo: potenza senza confini.
Pensate forse che io mi offenda se mia nonna ultranovantenne si sveglia all’alba per zappettare? Ma no, la potenza va condivisa, la potenza scaccia l’invidia del voglio fare tutto io. Se possiamo qui dar sfoggio di una cultura esemplare, l’orto è in ogni sua fase magister vitae, sempre se possiamo, tramite Wikipedia, prendere a prestito Cicerone. Dopo aver messo a dimora pomodori, zucchine, sedano e, ovviamente, il cicorione pan di zucchero, ecco infatti la prima delusione. Anziché crescere vigorosi, si accasciano.
Una talpa la principale imputata, o un talpo, ci mancherebbe. Quando al vivaio ho chiesto un veleno per eliminare il problema ho visto su di me lo sguardo di chi stava sventando il delitto perfetto. Non sia sciocco, mi ha detto, e condivida il suo orto. Siccome siamo gente di mondo, con un sorriso molto british mi sono scusato per la richiesta così inopportuna. In ogni momento l’orto ti rimette al tuo posto, e così la sfida tra mammiferi può vincerla la talpa.
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