Il sapore della felicità

Il sapore della felicità. Se giunto al crepuscolo della mia esistenza fossi preso da un insano raptus di egocentrismo malsano e decidessi di scrivere un inutile libro per raccontare la mia vita vorrei intitolarlo così. In cuor mio confido nella presenza di un’amorevole anima pia che presa da un rimasuglio di affetto nei miei confronti (ma va bene pure un pizzico di stima) mi vieti (anche con metodi discutibili) di dare alle stampe l’ennesimo volume di chi ritiene (erroneamente) che ad altri interessi come ha trascorso i suoi giorni.
Qualora questo non si verificasse, e mi mettessi al computer (o a quello che si userà fra sei decenni), ecco vorrei quel titolo poetico, financo romantico, addirittura commovente, a dirla tutta.
La felicità non è questione da poco, richiede impegno quotidiano. Serve il fisico insomma. Certo, se il fisico di rilievo lo hai avuto in dotazione dalla natura parti avvantaggiato, ma non basta. Lo ha certificato uno studio dell’Università di Harvard. La ricerca, durata 75 anni, ha appunto stabilito che esiste una predisposizione genetica alla felicità e alla bellezza (questa seconda l’avevamo intuita), ma un 40% delle nostre gioie è il risultato delle nostre scelte. Ma pensa, 75 anni di riflessioni di blasonati professori per dirci quello che si scopre scartando un bacio Perugina, per scoprire che la felicità la trovi nelle persone che ti vogliono bene, che la felicità è una direzione, non un luogo, che la felicità è conoscere e meravigliarsi, che la vera felicità è avere il cuore innamorato. Perché la felicità è desiderare ciò che si ha, sperando che il gruzzolo sia cospicuo.
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