Storie

A casa in malattia, i colleghi lo salvano donando ore e ferie

Alla Maxion Wheels di Dello, Supinder Jit rischiava di restare senza stipendio per aver superato i 18 mesi di assenza previsti dal contratto. E così è partita la solidarietà dei colleghi, che hanno da poco festeggiato il suo rientro
Roberto Ragazzi

Roberto Ragazzi

Giornalista

Singh Supinder Jut con i colleghi del reparto - © www.giornaledibrescia.it
Singh Supinder Jut con i colleghi del reparto - © www.giornaledibrescia.it

Ci sono storie di lavoro che non fanno notizia e proprio per questo meritano di essere raccontate. Sono storie di solidarietà nate davanti a una bacheca all’ingresso della fabbrica, tra un turno e l’altro. Alla Maxion Wheels di Dello, azienda della Bassa con circa 300 dipendenti e specializzata nella produzione di cerchi in lega, la solidarietà ha preso la forma di un foglio con un nome appeso in portineria: «Banca ore solidali per Singh Supinder Jit».

Supinder Jit – in fabbrica soprannominato da tutti Bobi – ha 47 anni, è arrivato dall’India nel 1999 e nel 2018 è stato assunto nello stabilimento dopo un periodo come interinale. Una vita ordinaria: la moglie Jasmin lavora part-time in una struttura pubblica come Oss; ha un figlio di 12 anni. Due anni fa una grave malattia al fegato, di quelle che non chiedono permesso e non rispettano i contratti di lavoro.

L’assenza

Il contratto parla chiaro: diciotto mesi di «comporto per malattia», ovvero il periodo massimo di conservazione del posto di lavoro in caso di assenza per motivi di salute. Alla scadenza o torni al lavoro o sei licenziato. Oppure resti in aspettativa, senza stipendio. Ma allo scadere dei 18 mesi, Bobi non era guarito. Stava ancora lottando con la malattia. Ed è lì che la fabbrica – grazie all’iniziativa del sindacato Fim Cisl – ha smesso di essere solo un luogo di lavoro per diventare, se non comunità, almeno qualcosa che le somiglia.

Il modulo

La Fim Cisl ha appeso un modulo in portineria. Nessuna imposizione, nessuna campagna. Solo una possibilità: cedere ore, ferie, permessi per consentire a Bobi di curarsi senza perdere il lavoro. Piccole rinunce individuali per un risultato collettivo; qualcuno ha donato tre ore, qualcuno otto, altri dieci; qualcuno addirittura trenta ore. Gesti minimi, quasi invisibili. Ma che sommati hanno fatto 150 giorni di salario, di cure, di dignità.

Il rientro

Supinder Jit è rientrato al lavoro lo scorso 13 aprile, salutato dai colleghi di reparto con un lungo applauso. «Una grande vittoria del lavoro – spiega Catia Cuzuma, sindacalista della Fim Cisl Brescia –. Il primo ringraziamento va a coloro che, decidendo di far confluire nella banca ore solidale parte dei propri permessi retribuiti e giornate di ferie, ha consentito al nostro collega di conservare il posto, un reddito per la famiglia e le cure mediche di cui ha avuto bisogno».

Il sindacato, in questa vicenda, non ha fatto proclami. Ha fatto ciò che dovrebbe sempre fare: ha tenuto insieme i pezzi. «Si è innescato il meccanismo della solidarietà – racconta la sindacalista –. I lavoratori, ognuno col proprio piccolo contributo, hanno dato modo al collega di curarsi e di tornare, una volta guarito, al suo posto. Bobi ha ripreso il suo posto, la sua macchina, i suoi turni. È una vittoria silenziosa di tutti quelli che hanno firmato quel modulo senza pensarci troppo e dei delegati sindacali che si sono spesi per questo obiettivo. Fare sindacato – prosegue la rappresentante Fim Cisl – significa rendere concreta l’idea solidale che è alla sua origine; significa anche firmare un contratto nazionale che copre oltre 1 milione e 500mila metalmeccanici».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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