Masia: «Brescia non si lamenta, lavora e trova soluzioni: merita di più»

L’intervista al magistrato che da lunedì, dopo 12 anni e mezzo, lascia la guida del Tribunale di Brescia. «Dopo 43 anni in magistratura, credo di aver dato»
Il ministro Nordio con Masia
Il ministro Nordio con Masia
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Da lunedì non sarà più alla guida del Tribunale di Brescia. Dopo dodici anni e mezzo a Brescia e 43 in magistratura Vittorio Masia si ritira a vita privata. Nato a Como il 6 maggio del 1955 lo fa con un anno di anticipo rispetto ai 70 previsti dall’ordinamento per il pensionamento.

Diversi suoi colleghi hanno atteso l’ultimissimo giorno. Perché lei anticipa l’uscita di un anno?

«Dopo 43 anni in magistratura, preceduti da sette scanditi da altre occupazioni, compreso l’insegnamento, è arrivato il momento di salutare. Il mio è stato un servizio che si è protratto per molto tempo e che io ho affrontato arrivando prestissimo in ufficio la mattina e andando via tardi la sera. Credo di aver dato. Altri giudicheranno e daranno i giudizi che riterranno. Quel che conta è che i cittadini abbiano le risposte che meritano».

Che anni sono stati per lei quelli bresciani?

«Brescia mi ha sopportato, e non è poco, e mi ha soprattutto dato l’opportunità di sperimentare soluzioni al servizio della giurisdizione. Gli anni della cosiddetta governance del Tribunale sono stati difficili e non poteva essere diversamente. Qui ci sono 300mila imprese. Si produce il quindicesimo Pil d’Europa. Tutto ciò ha dei riflessi: si traduce in un poderoso fabbisogno di giustizia. In tutto questo ci si è messo anche il Covid. In quel periodo, oltre a garantire la funzione, dovevamo assicurare serenità a personale e collaboratori. Con la pandemia non è stato facile, ma ce l’abbiamo fatta, grazie anche all’aiuto di tanti attori: dalle istituzioni, agli avvocati, con i quali c’è un rapporto garbato tutt’altro che scontato; dagli enti del terzo settore agli ordini professionali. A Brescia c’è una rete che funziona. Ciò che conta è dialogare, non starsene chiusi nel proprio ufficio forti della propria posizione di potere».

La scopertura del personale amministrativo arriva al 30%, quella dei magistrati al 14%. Come sopravvive la giustizia a Brescia?

«Non si limita a protestare. Si rimbocca le maniche e trova soluzioni alternative. Motiva le risorse che ha, si organizza in progetti sostenibili e ottiene risultati significativi. Basti pensare che nemmeno a metà del 2024 il Tribunale ha già raggiunto l’obiettivo di smaltimento degli arretrati che il Pnrr impone per la fine dell’anno e ha già conseguito il 70% di quello fissato per il 2026. Non oso pensare cosa potrebbe fare Brescia se potesse contare sulle risorse che sono garantite a qualche altro tribunale della sua stessa dimensione. Meglio che non ci pensi, non voglio fare polemica».

La faccia...

«Che le risorse non siano equamente distribuite è evidente ai più. Non svelo nulla di nuovo. Penso a Genova: a parità di dimensioni mi devono spiegare perché ci sono 40 giudici e 100 amministrativi in più rispetto a Brescia. Stesso discorso vale per Torino: un distretto che non è più quello di un tempo, quando la Fiat e il suo indotto giravano a pieno regime. Brescia merita attenzione».

È stato più difficile fare il giudice o il presidente del Tribunale?

«Si studia una vita per fare indagini, per giudicare la colpevolezza o l’innocenza di una persona, non per diventare presidente di tribunale. Nel corso di una carriera può capitare di doverlo fare e di doversi ricavare competenze da manager. Occorre misurarsi con obiettivi e percentuali aziendali. E farlo senza perdere la consapevolezza che non si rinuncia alla funzione. Far sì che chi esercita la giurisdizione lo faccia nelle migliori condizioni possibili è altrettanto importante. Il fatto che il Tribunale di Brescia sia un luogo ordinato, pulito, preso ad esempio nel resto d’Europa per la sua organizzazione per me è un vanto».

Della giustizia esercitata in prima linea cosa porterà con sé?

«Gli inizi a Milano, senza dubbio. In Procura, 25enne esordii occupandomi del caso Sindona, della perquisizione di villa Wanda (quella di Licio Gelli, capo della P2, ndr). Ricordo anche quando con Armando Spataro venni a Gardone Valtrompia per far sottoporre a consulenza la mitraglietta skorpion utilizzata nel sequestro Moro. Tra i tanti processi che ho fatto da presidente di sezione a Brescia in questi giorni ho ripensato a quello a Claudio Grigoletto, il pilota d’aereo che uccise l’amante incinta a Gambara. Una vicenda che mi impressionò, nonostante avessi già una certa esperienza».

E da domani?

«Da domani il Tribunale sarà nelle mani del presidente vicario Cristina Amalia Ardenghi, un magistrato preparato e competente. Quanto a me, per ora mi godo del congruo riposo. Ho qualche progetto, ma bisogna pensarci bene. E il riposo servirà anche a questo».

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