«Per due settimane, fummo come monatti: raccogliemmo e trasportammo cadaveri senza sosta. Non salvammo nessuno». Non si poteva salvare nessuno. «Eppure tutti quei morti non hanno mai agitato i miei sonni. Era il nostro dovere, per quello eravamo stati preparati».
La testimonianza
A trovartelo davanti Francesco Scandola, l’ultimo ancora in vita degli otto Vigili del fuoco partiti da Brescia a poche ore dalla tragedia per raggiungere il Vajont, non gli daresti 82 anni. Nel 1963 era ausiliario in servizio di leva al Comando di via Milano, in città. Partito nove mesi prima da Chiari, aveva completato la formazione di quattro mesi alla scuola delle Capannelle di Roma: «Mi è servita per la vita: un’esperienza che tutti i giovani dovrebbero fare, altro che telefonini…» chiosa con orgoglio, lui che al corso si classificò secondo su 600 partecipanti. La sera del 9 ottobre, quando l’invaso della diga tracimò e spazzò via Longarone, nel Bellunese, l’allora ventenne Scandola era della squadra in prima partenza. E così per 15 giorni visse di persona il dramma che sconvolse un’intera valle. Ora, sessant’anni più tardi, a chi come lui non ha potuto partecipare alla commemorazione per il 60esimo anniversario, è giunto il grazie della popolazione e del Comando di Belluno, consegnato in forma di attestato per mano dei funzionari del Comando di Brescia. Quando inizia a metterli in fila, i ricordi sembrano prendere forma dinnanzi a lui. «In pochi minuti i mezzi erano pronti. Arrivammo al mattino, perché l’anfibio - che fu fondamentale, ma era un residuato bellico che solo l’abilità dei nostri meccanici manteneva in perfetta efficienza - non poteva andare a più di 50 km/h».




