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Lio Bar, l’addio ballando sui binari: «Una casa per tre generazioni»

Lino Torreggiani ha aperto il locale in via Togni nel ’93: «Sono sollevato, ma che nostalgia»
Il Lio Bar e la folla lungo i binari del treno
Il Lio Bar e la folla lungo i binari del treno
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C’era una volta il Lio. E a breve non ci sarà più. Fra una settimana il locale sui binari accenderà l’insegna al neon rosa fluo ancora per una notte, prima che annacqui nell’alba di una domenica amara. Come il retrogusto di quell’ultimo cocktail, che ti eri ripromesso di non ordinare. «Nessuna programmazione straordinaria» sentenzia patron Lino Torreggiani alla vigilia di un addio pianificato da tempo. «Sabato sera in scena – dice – si alterneranno i nostri dj di casa, che vogliono assolutamente esserci».

L’avvio in sordina nel 1993

Niente fuochi d’artificio, insomma, ma una serata ordinaria a chiusura di un’avventura prodigiosa durata trentatré anni. Sarà così, perlomeno sulla carta, ma il barometro sentimentale di tre generazioni di bresciani lascia prevedere una serata di tempeste emotive e ad alto tasso di instabilità affettiva.

In via Togni il locale aperto da Lino Torreggiani nel 1993
In via Togni il locale aperto da Lino Torreggiani nel 1993

Ce lo conferma indirettamente Lino, deus ex machina di un progetto piombato sulla città in sordina nel marzo del 1993, ma detonato in pochi mesi al suono di un giradischi prima e poi di mille e cento live: «Sono giorni di saluti e di amarcord. E ogni volta che qualcuno mi avvicina ci scappano le lacrime. Una notte di qualche giorno fa è arrivata una coppia con la figlia di dieci anni. All’inizio non capivo cosa ci facesse una bambina nel locale, ma poi i due si sono avvicinati e mi hanno raccontato che volevano farle vedere il posto dove si erano conosciuti e innamorati, prima che non ci fosse più. Questa cosa mi ha spaccato il cuore».

Sono giorni di messaggi e serate di abbracci, notti di brindisi e albe di lacrime, ma anche di sollievo sul fondo della malinconia: «Io però sto bene – assicura Lino –. Vendere era ciò che personalmente desideravo da tempo. Adesso guardo avanti».

Un epilogo preannunciato tempo fa

Non lo nascondeva Lino, e neppure i siti immobiliari. Quando per la prima volta nel 2020 era comparso un inaspettato annuncio di vendita del locale (a circa 400mila euro) a Brescia si era scatenato l’inferno. Alla fine non se n’era fatto nulla, vuoi per intercezione del Covid, vuoi per il mercato in stagnazione. Ma la verità è che il lungo addio ha iniziato a consumarsi allora, quando la matematica del virus ha sottratto potere agli abbracci e i ripetuti lockdown hanno ribaltato le dinamiche della socialità.

Per un decennio il Lio Bar ha dettato le regole della musica indie
Per un decennio il Lio Bar ha dettato le regole della musica indie

O chissà ancora prima, quando si è perso il rito del martedì sera al binario di via Togni, uno dei capisaldi che l’aveva reso quello che era. Un’intuizione di Lino, che l’aveva introdotta a inizio Duemila per riempire un gap nel calendario settimanale cittadino.

Capitale dell’indie

Dal 2007 e per dieci anni, con Marco Obertini al timone, il Lio ha scritto le regole del panorama indie locale, diventando la mecca underground dove la band di mezza Italia (e non solo) volevano suonare. E dove tutti volevano stare. Per bere, ascoltare, ballare piangere, limonare. Più di recente gli ampli hanno ceduto il passo alle consolle. «E i miei storici clienti hanno iniziato a portarmi qui i figli. È allora che ho capito di essere diventato vecchio. Non ho rimpianti e il dato stabile è che il Lio Bar non ci sarà più. Ma posso dire di aver dato casa a tre generazioni» si accomiata Lino. Il resto è storia. Inclusa una serata che si prepara a entrare nella mitologia delle notti bresciane.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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