Storie

I 4 soldati tedeschi sepolti a Roncadelle e la riconoscenza delle famiglie

Vennero uccisi il 27 aprile 1945 e il Comune scrisse ai genitori, con cui si creò un legame
Il castello di Roncadelle in quei mesi base nazista - © www.giornaledibrescia.it
Il castello di Roncadelle in quei mesi base nazista - © www.giornaledibrescia.it
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Non è mai tutto bianco o nero, nel caleidoscopio della Storia. Soprattutto in quelle convulse settimane prima della Liberazione, quando innumerevoli storie personali si sono sovrapposte a quelle collettive. A studiare e a riportare alla luce (su Civilità Bresciana, nel 2021) una di esse è stato Rolando Anni, storico della Resistenza bresciana.

Si fatica persino ad immaginarla la confusione, in quell’aprile del 1945. A Roncadelle, alle porte della città, si era stabilito dall’autunno precedente un comando tedesco che adibì il castello a base logistica per l’assistenza agli automezzi militari. Ma in quella primavera l’aria stava cambiando: le notizie delle insurrezioni si susseguivano da tutta Italia e dopo il 25 aprile questa piccola guarnigione partì improvvisamente. È a quel punto che accade qualcosa.

Colpi a segno

Il 27 aprile, racconta Scipione Guaineri, «verso le ore 14 un gruppo di 25 uomini nemici in formazione di guerra entrò in paese, i patrioti appostati in castello attesero che tutti fossero bene a tiro e impegnavano nutrito fuoco di fucileria: durante il combattimento furono uccisi un capitano e un maresciallo».

Il giorno seguente, quando i due corpi vengono portati nella camera mortuaria del cimitero, si scopre che i soldati tedeschi rimasti uccisi sono in realtà quattro. Un ufficiale, due soldati e - pare - un militare delle SS: Bernhard Schneider, Ludolf Colditz, Helmut Kreiselmaier, Franz Stadler. Avevano tutti tra i 19 e i 26 anni.

Con la fine della guerra inizia tra le famiglie dei caduti il Comune di Roncadelle un fitto scambio di lettere - apparentemente burocratiche - che durerà fino al 1957 e che stabiliscono legami destinati a mantenersi per 12 anni.

C’è chi - come Erika Schneider, madre di Bernhard - nel 1951 scrive in lingua italiana al sindaco Angelo Manenti e viene poi a Roncadelle per visitare la tomba del figlio apprezzandone le condizioni. Salvatore Fiandra, dirigente d’azienda, rileverà «l’attenzione che codesto comune ha riservato ai quattro caduti, tanto più accomunandoli agli Eroi italiani. Mani pietose, che io stesso commosso ho sorpreso nella posa di fiori, appartenevano a modeste ma sublimi figure di donne, forse colpite dallo stesso dolore che tuttora grava lancinante nel cuore delle madri che da lontano, in altra terra, pregano per la pace dei loro caduti».

A colpire è in particolare la sorte del giovane Helmut Kreiselmaier, musicista e figlio di medici. Venne in Italia a morire dopo che il padre era stato torturato e ghigliottinato dalla Gestapo cinque mesi prima. Johannes Kreiselmaier si era infatti opposto ad Hitler e aveva preso contatto con un gruppo comunista di resistenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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