Fu un bresciano a dare il nome a una delle auto più iconiche di sempre

Brescia. È il 1966. Il Sessantotto comincia in anticipo coi primi scontri fisici e il primo morto, lo studente Paolo Rossi. In tv va in onda il primo episodio di «Star Trek» e il 4 novembre l’Arno finisce fuori dagli argini mandando sott’acqua Firenze. La nuova Chiesa di papa Montini abolisce l’istituzione dell’inquisizione detta «Indice», mentre John Lennon sostiene pubblicamente che i Beatles sono «più popolari di Gesù Cristo».
Ma è soprattutto l’estate della spensieratezza, come tante in quella stagione. E per dare forma plastica a quell’atmosfera l’Alfa Romeo di Milano lancia la 1600 Spider: due posti secchi, tetto in tela da scoprire manualmente e la meccanica della nuova Giulia sotto all’elegante vestito.
Erede della Giulietta
La missione più complicata è quella di dare una degna erede alla Giulietta, icona della Dolce Vita, un’auto che ha fatto sognare una generazione intera. La casa di Arese fa di nuovo centro. Resta solo una questione: quale nome dare al nuovo gioiello del Biscione. Così viene indetto un concorso pubblico, intitolato: «Spider 1600: dategli il nome. Diventerà famoso». Altri tempi. Alla mente più creativa e brillante spetta un premio coi fiocchi: un nuovo e scintillante esemplare di 1600 Spider.
Il concorso
Ad Arese arrivano 140.501 schede, delle quali circa 15mila provenienti dall'estero, compresa quella del principe d’Olanda. Un boom inaspettato. Squalo, Sabrina, Giuliana, Donata, Patrizia, Acapulco, Capri, Michelangelo, Dante, Leonardo, Pinin. I nomi proposti sono infiniti. Ma il poeta Leonardo Sinisgalli, presidente della giuria, si innamora di «Duetto». «Un nome raffinato, in armonia», dirà lui.
La trovata fu di Guidobaldo Trionfi, ingegnere di Brescia. Fu lui a inventare il brand «Duetto». Il 17 giugno di quell’anno, all’età di 56 anni, col vestito buono e un sorriso stampato in faccia va alla sede del Portello a ritirare una nuova fiammante 1600 Spider bianca consegnata direttamente dal presidente dell’Alfa Romeo in persona Giuseppe Luraghi. Due giorni dopo, intervistato dal Giornale di Brescia, Trionfi (che era appassionato di musica) così motivò la sua invenzione: «È un termine internazionale, un nome vivo e musicale e come tale significativamente italiano ed universalmente conosciuto. A mio parere si forma un motivo musicale». È questione di acustica. Una parola aperta che si accompagna al rumore del vento e al canto del motore. Poesia. Non poteva non piacere a Sinisgalli.
Motori e biscotti
Trionfi se ne tornò a casa con uno dei soli 190 esemplari di Spider Duetto. Perché l’Alfa Romeo dovrà rinunciare a questo appellativo per un caso di omonimia: solo l’anno prima la Pavesi aveva lanciato sul mercato un altro «Duetto», una merendina alla vaniglia e al cacao. Il Tribunale di Milano diede ragione all’azienda dolciaria.
Poco male: quel nome partorito dalla mente Trionfi rimarrà nell’immaginario collettivo di tutti appiccicato alla vettura, contraddistinguendo la Spider fino alla fine dei suoi giorni del 1994.
Anzi, nel 1967 sarà Dustin Hoffman a consacrare il Duetto ad autentica icona dell’automobilismo nel celebre «Il laureato». Nella pellicola l’auto si ferma, ma solo perché finisce la benzina. In realtà il primo fortunato debutto cinematografico dette il via a centinaia di apparizioni della Spider sul piccolo e grande schermo. Sulla due posti cominciarono a salire vip a iosa, persino Muhammad Ali, che personalizzò la targa con la scritta «Ali Bee». Così il «Duetto» diventò un’icona dell’Italia nel mondo riconoscibile ancora oggi. Anche grazie al bresciano Trionfi.
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