Cinquant’anni non sono un traguardo cronologico, ma una soglia critica per la storia. È il momento in cui la memoria individuale, fatta di volti e macerie, deve farsi memoria collettiva e istituzionale. Per questo, curare per noi la mostra a Palazzo Elti di Gemona del Friuli, in occasione del cinquantesimo anniversario del sisma del 1976 e alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha significato qualcosa di più di una semplice operazione documentaria. Ha significato decodificare la «grammatica» di una ricostruzione che oggi appare come un unicum nella storia dell'Italia repubblicana.

Il «ponte» tra Brescia e il Friuli
In questa narrazione, che vede protagonista la tenacia friulana, si inserisce un capitolo che ci tocca da vicino e che abbiamo voluto documentare con forza in esposizione. Non è un segreto che tra bresciani e friulani ci sia sempre stata una certa affinità elettiva: poche parole, molta sostanza e l'abitudine di rimboccarsi le maniche prima ancora che la polvere si sia posata.
Per questo, una sezione della mostra è impreziosita dagli scatti del 1976 provenienti dall’Archivio fotografico del Giornale di Brescia. Accanto ai materiali Ansa, spiccano le immagini del Fondo Eden dedicate al «Villaggio Brescia» costruito a Buja. Vedere quelle case sorgere grazie alla sottoscrizione di solidarietà aperta dal nostro quotidiano già nel giugno del '76 - a poche settimane dal disastro - rende plastica l'immediatezza della risposta dei bresciani.

Una narrazione cromatica e simbolica
L’esposizione, promossa dal Gruppo NEM e nello specifico dal «Messaggero Veneto», non nasce come celebrazione del lutto, ma come indagine sullo «scatto morale» di una comunità. La cifra distintiva risiede nell’allestimento immersivo: ogni sala di Palazzo Elti è scandita da un rigoroso cambio cromatico.

Dal blu, il colore del Messaggero Veneto, che apre la narrazione, al viola: che racconta il tempo del lutto. Dal verde salvia militare, dedicato alla presenza dello Stato e ai 57.000 militari che intervennero con solidarietà, all’arancione: il colore del «fare» e delle imprese che si rimettono in piedi.
Sulle vetrate della corte, una gigantografia mostra il diagramma delle 383 scosse che squassarono il confine tra il maggio '76 e l'aprile '77. Un «assedio» geologico che non piegò la volontà di restare. Tra gli oggetti simbolo, spicca un apparecchio da radioamatore: l’unica voce capace di rompere l’isolamento quando i telefoni erano muti (un’epoca in cui il «non c’è campo» era una tragedia strutturale, non un semplice fastidio da ascensore).

In questo percorso emotivo, abbiamo voluto inserire un elemento architettonico e simbolico cruciale: abbiamo scelto di riportare tutti i nomi delle vittime sulla colonna portante dell’edificio. È una scelta metodologica e visiva precisa: volevamo rappresentare plasticamente come la comunità di oggi, di Gemona e del Friuli intero, si regga e trovi le proprie fondamenta proprio sul ricordo di chi è scomparso cinquant'anni fa. Senza quella base, senza quel sacrificio e quella memoria, la struttura stessa del nostro presente non potrebbe stare in piedi.
«Prima le fabbriche, poi le case...»
La lucidità friulana emerge nel monito dell'arcivescovo Alfredo Battisti: «Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese». Non fu materialismo, ma realismo sociale. L’industria friulana del 1976 era una struttura sana; vederla prostrata con 4.000 operai senza lavoro spinse imprenditori e maestranze a un’alleanza d’acciaio. È il Friuli che, pur vivendo in roulotte, non interrompe la produzione.

Una mostra senza barriere
Abbiamo voluto che questa narrazione fosse universale. La mostra è integralmente in tre lingue: italiano, inglese e friulano (restituendo dignità alla marilenghe). Inoltre, grazie all’esperta Mariangela Pezzotti, abbiamo integrato i segni della Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA). La storia del terremoto deve essere leggibile da tutti, senza barriere cognitive, riflettendo quello spirito di «comunità solidale» che portò i bresciani a Buja e i friulani a stupire il mondo.
Il percorso si conclude con il «sacrario di carta»: lo speciale del 1977 dove il «Messaggero Veneto» chiamò a raccolta Jorge Luis Borges e i grandi artisti del territorio per «trasformare le macerie in monumento».
A chi visiterà Palazzo Elti, resterà l’elegante catalogo a folder (edito da Grafiche Antiga), ma soprattutto la consapevolezza che la storia non la fanno solo gli eventi, ma la dignità con cui decidiamo di abitarli. E, magari, un pizzico di orgoglio bresciano nel vedere che, tra quelle pietre rinate, c’è anche un po’ di calcestruzzo spedito con il cuore dalla nostra Leonessa.



