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Dialektika

Il dialetto bresciano, le sue varianti, il tempo che corre e le tracce di un passato che se ne va impigliate nelle parole

DIALÈKTIKA

Un ròs de pégore tra i filosofi greci


Storie
Brescia e Hinterland
20 mag 2019, 08:09
Pecore (immagine simbolica) - © www.giornaledibrescia.it

Pecore (immagine simbolica) - © www.giornaledibrescia.it

Quando un mucchio comincia ad essere un mucchio? Il pungente paradosso del sorìte enunciato da Eubulide di Mileto sul quale filosofi e logici si scervellano da più di duemila anni (aggiungere un solo chicco di riso a un altro chicco non lo fa diventare un mucchio di riso; non lo fa diventare un mucchio neanche aggiungerne uno solo a 2, quindi a rigor di logica nemmeno uno solo a 9, a 99, a 999, a 9999... ) è tornato a rimbombarmi in testa da quando, un paio di giorni fa, la squisita e matura signora con cui stavo attraversando in auto la nostra Bassa esplosa di verde se n’è uscita con un arcaismo che non sentivo da decenni: «’Arda quante piante gh’è ’ignìt sö. Ghe n’è una cubìs».

Il termine cubìs (in alcune zone della provincia anche cobìs) indica una gran quantità, un gran mucchio, un’abbondanza. E forse scende in qualche modo dal latino copia, che significa proprio abbondanza. In dialetto però mucchio si può dire anche möcc, che come l’italiano arriva da un antico mutulus. Oppure anche un sàc, che il bresciano accresce con ironia contadina parlando di un sàc e una spórta.

Ma per me il termine più bello per indicare un’abbondanza, una moltitudine, è ròs. Che si applica a greggi e branchi: un ròs de pégore, un ròs de osèi ma anche - scherzosamente - un ròs de gnàre. Da dove deriva ròs? Qualcuno indica un celtico ross e io mi fido. A proposito: perché quello di Eubulide si chiama paradosso del sorìte? Perché in greco mucchio si dice sòros. Proprio come il finanziere che ha fatto un mucchio di soldi e che i sovranisti ungheresi accusano di un mucchio di nefandezze.

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