La tompèsta globale dai campi alla tavola

«G’aràl tompestà?» Lo sguardo del contadino che abita vicino a casa mia è lo stesso che aveva mio nonno decenni fa, e credo lo stesso che aveva il nonno del nonno di suo nonno secoli addietro: interroga preoccupato il nero del cielo che si allontana dopo aver scaricato a terra tutta la sua rabbia, inforca la bicicletta appena spiove e arriva al campo per vedere se la tompèsta ha decapitato il suo mais o sfrangiato la pergola dell’uva nel pieno della sua spinta vegetale.
A volte l’esito di una intera stagione agricola può essere questione di pochi metri: di qua tutto distrutto, raccolto perduto; di là dal fosso tutto salvo, si potrà mietere. Sarà che il mondo contadino ha da sempre fatto i conti con la fatalità del meteo e con la cecità del destino, ma l’uso che facciamo noi bresciani del termine tompèsta denuncia tutto il nostro pessimismo (o realismo?) cosmico.
Partiamo dall’inizio: per i romani il termine «tempestas» indicava il periodo e anche il tempo atmosferico. In origine era neutro: poteva esserci una «atrox tempestas» ma anche una «bona tempestas».
Passando all’italiano si comincia a diventare più pessimisti: la «tempesta» è solo negativa, un turbinante maltempo. Per noi bresciani, poi, la tompèsta è esclusivamente il peggio del peggio: grandine devastatrice. Un uso che i dizionari di italiano indicano come «regionale» ma che, con i cambiamenti climatici, rischia di diventare globale.
L’unica rivincita che i nostri nonni si prendevano contro il maltempo era a tavola, quando la tompestìna finiva in minestra.
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