Il ragazzo basco che ci apre al mondo

Altro che chiuso e isolato! Il nostro dialetto racconta a ogni piè sospinto come la parlata dei bresciani sia stata per millenni esposta a contaminazioni e mescolanze. A volte ci piace pensarci come originari e autoctoni, e invece siamo da sempre esposti ai quattro venti delle influenze culturali altrui. Me ne convinco sempre più anche solo nel tentar di rispondere ad alcune curiosità di lettori di Dialèktika.
Mi chiede ad esempio Giovanni da Concesio: «Da dove viene la parola ghidàs?». Il ghidàs era, nel vocabolario dei nostri nonni, il padrino di battesimo. I linguisti collegano il termine ad un gotico antico «guda» che indica il dio padre. Ancora oggi «padrino» in tedesco si dice «Gotti» (da «Gott», dio) e in inglese «Godfather» (dio padre).
Corrado da Collebeato ci chiede lumi su mocìlia, termine bresciano arcaico e desueto che indica lo zaino proprio come lo spagnolo «mochìla». Questa stessa parola castigliana - «mochìla» - ha anche un’altra eco che la lega a noi, anche se qui il filo da seguire è lungo. Ma proviamoci. La «mochìla», lo zaino, si chiama così perché la portava il «mochìl» - cioè il garzone, il ragazzo di bottega - per fare le sue consegne. A sua volta lo spagnolo ruba il termine «mochìl» alla antichissima lingua basca, dove il ragazzo è il «mutìl». E qui a me suona un campanello, perché matél è termine che ancora oggi risuona in ampie zone del bresciano per indicare il ragazzo, mentre in gaì (il linguaggio segreto dei pastori) si diceva macìl. E se alla radice (ma qui azzardo...) ci fosse il greco antico «matàios» (che significa sciocco, frivolo)? Il dialetto bresciano... altro che chiuso e isolato!
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