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Dialektika

Il dialetto bresciano, le sue varianti, il tempo che corre e le tracce di un passato che se ne va impigliate nelle parole

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Il latino? Non è cosa di «quarta segàda»


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10 set 2018, 06:50

Un vecchio metodo di trasporto del fieno: Roberto Ghidoni si allena con una gerla (Foto tratta dal libro L'anima del lupo)

Latine loquimur... La ripresa della scuola si avvicina e i giorni a disposizione per i compiti delle vacanze si assottigliano. Nella versione del gnaro fa capolino un avverbio trabocchetto: quella frase infatti può essere tradotta sia con parliamo latino sia con parliamo schiettamente, cioè in maniera chiara e comprensibile. Non c’è da meravigliarsi: per un latino era proprio il latino la lingua più facile e semplice del mondo. Ed è esattamente a questo significato di latinus come facile, maneggevole che uno studioso come il Melzani fa risalire l’uso nel dialetto bresciano della parola ladì. Morbido, scorrevole. Come un attrezzo che el sa sladìna solo col tempo e con l’uso. Come una bicicletta che ha imparato a memoria la strada di casa. Come gli ammortizzatori dell’esperta 500 che si sono abituati alle buche traditóre della caedàgna...

Non so se alla stessa radice si nutre anche il ladì inteso come erba, quel Trifoglio ladino morbido e nutriente coltivato nei campi umidi e grassi della nostra Bassa. Non so neanche (qualcuno me lo sa dire?) quanti tagli garantisse un prato di ladì. So invece che il fieno normale non andava oltre i tre tagli: mazèng (di maggio, il migliore), óstà (agostano, il più abbondante) e terzöl (terzo e ultimo, residuale). Immaginate da voi quale scarso apprezzamento esprima l’indigeno - un brixiane loquens - quando dice che una cosa è de quàrta segàda...

Ps - Richiesta: sto provando a raccogliere rime, filastrocche e cónte rimaste in qualche modo impigliate nella nostra memoria di ex bambini dialettali. Qualcuno mi vuole aiutare? La mail c’è.

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