Storie

Il profumiere mascherato che conosce l’odore del tirannosauro

Bresciano, architetto di formazione e profumiere autodidatta, Antonio Gardoni 15 anni fa ha fondato la maison indipendente Bogue Profumo
Giulia Camilla Bassi
Antonio Gardoni - © www.giornaledibrescia.it
Antonio Gardoni - © www.giornaledibrescia.it

Antonio Gardoni occupa certamente un posto singolare nel panorama della profumeria contemporanea: lontano dalle logiche industriali, il suo lavoro si avvicina piuttosto a una pratica artistica radicale. Bresciano, architetto di formazione e profumiere autodidatta, 15 anni fa ha fondato la maison indipendente Bogue Profumo, dando vita a fragranze che sono vere e proprie architetture olfattive – audaci, stratificate, intellettuali – capaci di evocare memorie profonde e immaginari inattesi.

Nel suo studio

Lo abbiamo incontrato nel suo studio, una sorta di wunderkammer contemporanea, un luogo che sembra fatto apposta per isolarsi dal mondo e, da lì, aprirne di nuovi.

«Io nasco come un bambino che voleva fare l’architetto» racconta. «Prima di finire l’università mi sono trasferito a Londra dove sono rimasto per una dozzina di anni, poi, con un socio, ho aperto uno studio a Pechino. Questa parte del mio percorso è stata molto importante. Ho avuto la fortuna di avere a che fare con luoghi molto diversi. Credo che nella vita tutto torni, tutto si amalgami. Ed è quell’insieme che ti porta a pensare e a lavorare in un certo modo. Siamo fatti di tutte queste cose: di quello che leggiamo, che vediamo, delle persone a cui vogliamo bene... è il nostro camminare nel mondo».

Un bagaglio lavorativo e culturale, il suo, che si traduce in una costante tensione alla ricerca. «Questa dimensione di esplorazione e di curiosità nel ricercare le cose interstiziali è forse il carattere comune a tutte le cose che faccio».

Gli odori

Il punto di partenza di questo percorso, però, sorprendentemente non è il profumo. «Sembra una battuta, ma a me dei profumi non interessava nulla. La mia ricerca è nata sugli odori. All’epoca mi occupavo di bonsai. Ed era interessante perché con il bonsai hai la possibilità di tenere in mano una pianta intera, con le radici, il tronco, i rami, le foglie e tutto il resto. E ogni pezzetto ha un odore diverso. I primi due o tre anni ho cominciato, in maniera assolutamente autoreferenziale, a distillare e macerare pezzi di cose che trovavo, specialmente vegetali. Ma sulla mia libreria, davanti ai libri, cominciavano ad esserci troppi vasetti. Tendo leggermente all’ossessivo – scherza – quindi volevo distillare i pezzi della stessa pianta in stagioni e in anni diversi per capire come cambiava l’odore».

Tentativi di scoperta che diventano linguaggio: quella magia che attraversa qualsiasi ambito – l'arte, l'architettura, la scrittura. Nel caso specifico del profumo, questo significa creare una formula.

È a Londra, dove continua a collaborare con uno studio di architettura, che Gardoni entra in contatto con una piccola profumeria indipendente, portando con sé alcuni dei suoi primi esperimenti. «La cosa buffa è che io non avevo nulla da dare: non avevo una produzione, non avevo flaconi. Col tempo questa cosa è diventata quasi un'aura. Involontariamente avevo messo in atto un sistema della scarsità e su quello si è costruito tutto» Oggi lo chiameremmo, senza ombra di dubbio, «hype».

La Bogue-mask

Ma per capire come Gardoni intende il profumo, conviene cominciare da un oggetto: la Bogue-mask, la maschera realizzata in collaborazione con il ceramista bresciano Fausto Salvi. Uno strumento che invita a cambiare prospettiva sull'olfatto. «Un sacco di volte annusiamo i profumi solo col naso, e invece bisognerebbe farlo anche con la bocca – spiega –. Per di più questo è un oggetto che crea una separazione, un po' di privacy per chi sta annusando una fragranza».

I profumi

I suoi profumi nascono da questa stessa esigenza di immersione. MAAI, che prende il nome dal termine giapponese che definisce il momento perfetto e sospeso in cui due combattenti hanno entrambi la possibilità di vincere, una fragranza ispirata alla profumeria classica degli anni Trenta e Quaranta, un glamour chypre d'altri tempi. O/E che richiama invece l'Either/Or di kierkegaardiana memoria. Un profumo verde e agrumato, ma lontano da un immaginario luminoso.

«È un limone un po' brutto, quello che rimane lì dimenticato, finché a un certo punto, improvvisamente, comincia a fare la muffa, ad avere una parte umida» spiega Gardoni. Eppure, la combinazione è squisita. Poi c’è MEM che si costruisce come un catalogo di lavande; COME lavora sul fico a fine stagione – quello caduto sotto l'albero, nella sua dimensione più terrosa, quasi a riportare il frutto all'origine della pianta. Infine, LITA, nato per accompagnare l'omonimo album del progetto DUO di Luke Pritchard – cantante dei Kooks – e di sua moglie, Ellie Rose: un profumo che anticipa tutto quello che significa varcare la soglia di un locale notturno, con le sue note alcoliche e il patchouli speziato.

Tirannosauro

Ma il profumo, nel lavoro di Gardoni, non resta confinato al flacone. «Il vero lusso, in questi anni, è stato anche fare cose molto divertenti» racconta. Come ricreare gli odori di «Scent of Mystery», film degli anni Sessanta, il primo proiettato in «odorama», grazie a una folle tecnologia a tubi che emettevano odori in sala. Un fallimento totale – la gente scappava a causa della sovrapposizione asfissiante. «Una produttrice australiana ha deciso di restaurare la pellicola e di riproporlo con i suoi odori originali, che erano veri e propri indizi per risolvere il caso del film». Odori che Gardoni ha ricreato per la proiezione della pellicola a Los Angeles. Più vicino a noi, ricordiamo il percorso «L'aroma dell'arte» alla Pinacoteca Tosio Martinengo, che, proprio in questi giorni, sta portando l’olfatto all’interno del percorso museale.

Il laboratorio di Antonio Gardoni
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Il laboratorio di Antonio Gardoni

La stessa libertà di movimento si ritrova nelle collaborazioni con brand lontani dalla profumeria tradizionale. Per Zoologist, marchio canadese che realizza fragranze ispirate al mondo animale, gli è stato assegnato nientemeno che il tirannosauro. «Ma che odore aveva un dinosauro e il mondo intorno a lui? Ho immaginato un mix fra eruzioni vulcaniche, lava, maxi vegetazione, enormi fiori eruttanti polline – e anche un po' di sangue».

Whisky e paesaggio

Per Johnnie Walker Blue Label, lavorando con la master blender Emma Walker, ha invece creato un'essenza che racconta il paesaggio intorno al whisky. «Stiamo parlando di rocce, scogli, freddo, acqua che sbatte contro le scogliere coperte di muschio ed erica. Una vegetazione bassa, sferzata dal vento. Ozono, odore degli spruzzi del mare nella nebbia.»

Infine, gli ultimi progetti, tra cui una linea di profumeria nata dall'idea di un cliente in Bangladesh, con l'ambizione di dare al paese un'identità olfattiva che non esiste ancora – o meglio, non esisteva. I primi due profumi sono dedicati a due zone geografiche del paese: il Sylhet, regione del tè, firmato da Gardoni, e Ashar, terra di monsoni, creato dal naso Sultan Pasha.

«Il progetto è stato presentato al Pitti a settembre. I prossimi profumi saranno invece dedicati uno al Sundarbans, che è una regione molto povera dove vivono le tigri. Una parte dei proventi sarà destinata a una comunità che protegge le bambine dai matrimoni infantili; l’altro invece sarà dedicato al 1971, l’anno di indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. Quindi la situazione si sta facendo politica. Ed è interessante come un prodotto superficiale e decorativo come un profumo, in realtà possa cambiare – anche minimamente – la percezione che si ha di un popolo o di una regione del mondo».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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