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Sassuolo-Brescia, la partita che segnò il confine con l'ignoto

Il 9 marzo del 2020 le rondinelle giocarono l’ultima gara in assoluto prima dello stop al calcio
Sassuolo - Brescia a porte chiuse - © www.giornaledibrescia.it
Sassuolo - Brescia a porte chiuse - © www.giornaledibrescia.it
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Autostrade deserte, al confine dell’ignoto. Che era la vera destinazione di quella trasferta. Arrivammo al cartello con la scritta «Reggio Emilia», ma potevamo essere ovunque: eravamo capitati nel primo di tanti «non luoghi» abitati da «non emozioni» che da lì in poi avremmo iniziato a frequentare facendoci l’abitudine, ma in realtà non abituandocisi mai.

Toccò al Brescia il 9 marzo 2020 chiudere il calcio insieme all’Italia. A quella partita con il Sassuolo, valida per la ventiseiesima di un campionato di serie A che per il Brescia era già ben più che compromesso, si arrivò dopo un mare di polemiche. Si sarebbe dovuta giocare una settimana prima, il 29 febbraio, ma quella partita, insieme ad altre come Juve-Inter, venne rinviata proprio a causa dei primi segnali di emergenza sanitaria.

La tensione nell’aria era palpabile, gli interrogativi già moltissimi, ma the show must go on e si decise che quelle gare - soprattutto Juve-Inter... - si dovessero giocare a ogni costo. Compreso quello di ritrovarsi a farlo nello stesso fine settimana in cui il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte annunciava che il Paese sarebbe entrato in lockdown. Una parola che un anno fa voleva dire tutto e anche niente.

Mapei Stadium vuoto prima dell'ultima partita giocata dal Brescia contro il Sassuolo -  © www.giornaledibrescia.it
Mapei Stadium vuoto prima dell'ultima partita giocata dal Brescia contro il Sassuolo - © www.giornaledibrescia.it
 Quello stesso niente nel quale ci imbattemmo arrivando nel piazzale Atleti Azzurri d’Italia, indirizzo del Mapei Stadium. Il navigatore ci aveva portati dritti lì, ma non eravamo sicuri di esserci davvero. Zero macchine, zero rumori. No, a pensarci bene, uno c’era: quello dei battiti del cuore che aumentavano ritrovandosi immersi in un’atmosfera straniante. Perché era tutto nuovo, anche vedere le mani di giornalisti, fotografi e cameramen che man mano si ritrovavano nel parcheggione, si muovevano di continuo nelle tasche alla ricerca di una goccia di disinfettante.

Le emozioni. Da sotto le mascherine, ci si sorrideva, ci si scambiavano battute: forse ci si rendeva anche conto di essere testimoni della storia, ma di certo non lo si voleva ammettere. «Mettiamoci qui... anzi no, là... Però per favore stiamo lontani e ben distanziati» era il tenore dei dialoghi preparatori alla diretta pre partita. Un appuntamento da anni di default, ma il petto era pesante come fosse un debutto. Non sapevamo che quella che ci apprestavamo a vivere sarebbe stata l’ultima partita per molto, molto tempo.

Fischio d’inizio alle 18.30 di un lunedì: perché se teatro dell’assurdo doveva essere, che lo fosse fino in fondo mantenendo giorno e orario di un posticipo! Tutto come nulla fosse fino all’ultimo, anche se tutto era già diventato altro per quanto non ne comprendessimo contorni e portata. Ma così fu e non restò che adeguarsi, vivendo come qualcosa da raccontare a familiari ed amici l’aver firmato un’autocertificazione ed essersi sottoposti per la prima volta al rito della misurazione della temperatura prima di entrare in uno stadio che dello stadio, così vuoto, non aveva nulla. Intanto, di minuto in minuto, crescevano sensazioni strane come quella di sentirsi terribilmente fuori posto e fuori luogo. Subentrò una specie di «senso del pudore».

Eravamo persino imbarazzati all’idea di trattare di moduli, diagonali e voti in pagella: avvertimmo la necessità di cambiare al volo narrazione e registro per rendere quella che sarebbe diventata l’ennesima sconfitta del Brescia. Uguale a tante altre (3-0, doppio Caputo e Boga), eppure così unica. Dall’alto vedevamo facce e gestualità forzate: tutti lì per onor di firma, ma con la paura addosso e che usciva dalla pelle insieme al sudore rimanendo sospesa. E chissà cosa dev’essere passato nella testa di Andrea Papetti, debuttante, da migliore in campo, tra i prò. Lui da allora una gara con il pubblico non l’ha mai giocata: per lui, fa specie, questa è l’unica versione del calcio. Ai confini di un ignoto ormai troppo noto. «Andrà tutto bene» esibì Caputo davanti alla telecamera: era un anno fa, ma è ancora oggi.

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