Rugby in quartiere, dove si costruisce l'uomo prima del giocatore

Non c’è impresa sportiva che non sia legata al teatro che l’ha celebrata. Il tricolore di rugby vinto da Brescia nel 1975 sarà per sempre abbinato al campo di via Collebeato - ora chiamato Bruno Menta - che ospitava le partite casalinghe della Concordia. Uno dei protagonisti di allora ci ha lasciato da pochi mesi. Fu un campione anche nella vita Roberto Pegoiani che, negli ultimi tempi, mentre lottava contro la malattia portava la palla ovale nelle carceri, offrendo poi un’opportunità di lavoro a chi ne usciva. L’eredità morale e sportiva di quei formidabili uomini è stata raccolta sullo stesso terreno di gioco da un altro club cittadino, ed è quello del Fiumicello, che il suo scudetto lo vince ogni anno, con la divulgazione di questo sport fra i ragazzi.
Allentatasi la stretta delle norme anti-Covid, la società da qualche settimana ha riaperto l’impianto, orgogliosa dei suoi numeri. Più di 200 ragazzi tesserati, squadre per ogni età, una ventina di allenatori, genitori che fanno da tutor e lo sport riportato alla dimensione di una volta, quella del quartiere. Anche se c’è chi proviene da Collebeato, Nave, Concesio e da altri paesi dell’hinterland, molti i ragazzi che raggiungono l’impianto a piedi o in bicicletta, a due passi da casa. Un esercito in movimento animato dal passaparola, dallo spirito di emulazione, dalla voglia di provare cose nuove.
Condivisione

«Molti provengono da altri sport, in cui non si sentivano valorizzati - sottolinea il presidente Antonio Prati -. All’inizio appaiono timidi, senza motivazioni. La logica del gruppo e della condivisione presto li conquista». Quelli di Fiumicello hanno trasformato il club in una grande famiglia. Giocano sempre, giocano tutti, mai nessuno che resti in panchina, secondo la filosofia incarnata dallo storico timoniere del club Fulvio Mora, ora tesoriere. «Per noi è più grave perdere un ragazzo che una partita».
Ciò non ha impedito di lanciare Guglielmo Palazzani, poi finito in Nazionale, che proprio qui ha mosso i primi passi. Fin da allora si capiva quanto sarebbe diventato forte: il primo a presentarsi al campo per gli allenamenti, l’ultimo a lasciarlo mentre i compagni erano già a fare la doccia. L’opera di proselitismo spesso incoccia in gustosi paradossi. «Abbiamo provato a portare questo sport nelle scuole e qualcuno lo abbiamo convinto - sorride il segretario Paolo Bonfiglio -. Solo che poi si è rivolto ad altri club».
Tutti assieme

Gli allenamenti del Fiumicello sono una grande festa di gruppo, i più piccoli si allenano assieme. Da una parte gli Under 5, per i quali questo è solo un gioco. Chi afferra la palla se ne scappa via e non la molla mai. Già gli Under 7 e gli Under 9 cominciano a comprendere l’importanza del passaggio, la fascia intermedia degli Under 11 è quella dell’approdo alla conoscenza. Eccoli, mischiati assieme, ragazzine e ragazzini affrontarsi nei primi contatti, sgusciare nei raggruppamenti, sostenersi a vicenda. «Ancora presto per scoprire il talento - spiega l’allenatore Stefano Galli -, spesso legato anche allo sviluppo fisico. Trovi chi è già quasi formato e chi invece è ancora in fase di crescita». Mai nessuno che si lamenti se cade a terra. Anzi, torna subito in piedi per non perdersi la successiva azione.
E poi ecco gli Under 13, che hanno già una buona conoscenza del gioco. Anche perché molti di loro, poi, la domenica vanno a vedersi la prima squadra, confluita nel Borgo Poncarale (serie C) dove gioca il loro allenatore Fabio Marchina. «Le mamme? Dopo pochi allenamenti si convincono che il rugby non ha nulla di pericoloso - sottolinea il dirigente Giuseppe Papetti -. Il solo problema per loro è quello delle continue lavatrici». Nel Fiumicello non ci si perde mai di vista, chi ci ha giocato presto torna a dare una mano e per quelli del club è sempre una festa. Perché così voleva Fabio Biazzi, primo presidente del sodalizio fondato nel 1984, il cui motto era: «Costruire l’uomo prima che il giocatore». Nel rugby è così, qui più che mai.
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