Ventiquattro anni senza Mero, lo Sceriffo che Brescia amerà per sempre
Per qualsiasi tifoso del Brescia (o dell’Union Brescia, ma in questo caso poco conta), il 23 gennaio non potrà mai essere un giorno qualunque. O almeno, non lo è dal tardo pomeriggio del 2002, quando in un incidente sulla A4 in direzione Brescia, Vito Mero ha perso la vita. E con lui se n’è andato un pezzetto di cuore biancazzurro.
Da 24 anni però lo «Sceriffo» vive nella memoria dei tifosi, che non perdono mai occasione per ricordarlo. Così è stato domenica a Vercelli: un segno del destino giocare nella sua città natale. E allora l’abbraccio con la mamma, con la sorella di Vito prima della partita, hanno regalato emozioni come sempre forti. Non è la prima volta, i familiari sono stati spesso anche ospiti sugli spalti del Rigamonti, ma ogni volta diventa un momento particolare, pubblico ma allo stesso tempo intimo.

Segni indelebili
Mero ha lasciato qualcosa di indelebile nel mondo biancazzurro: vuoi per il suo modo di stare in campo, vuoi per quel sorriso che aveva in campo e fuori, vuoi per l’affetto che ha sempre provato per la maglia con la «v» bianca e per la sua gente. Ecco perché ripensare a quanto accadde 24 anni or sono fa ancora male, parecchio. Il Brescia impegnato nel gelo del Tardini in Coppa Italia contro il Parma, il difensore (squalificato) con altri compagni sul campo di Coccaglio ad allenarsi.
Finisce prima lui rispetto al fischio d’inizio del match in Emilia e così la tragica notizia dell’incidente stradale, al gruppo, arriva mentre è in corso il riscaldamento. Baggio getta i guanti per terra e se ne va in spogliatoio, tutti hanno una faccia incredula, atterrita. Nessuno pensa al fatto che si possa giocare (e infatti il match viene rinviato), l’unico desiderio è quello di tornare a Brescia per abbracciare, anche solo metaforicamente, quel compagno amato a 360 gradi.
L’ultimo saluto
Su Brescia, sul Brescia, cala una cappa di tristezza e le lacrime scorrono come il Mella pieno nei giorni di pioggia. E al funerale in Duomo una città si stringe in un abbraccio forte e tenero al tempo stesso alla moglie Monica e al piccolo Alessandro, ora adulto e dj che sta facendo tantissima strada. Lui che anche grazie alla musica tiene più che mai vivo il ricordo del papà.
Quello che successe la domenica successiva alla scomparsa di Mero è qualcosa di incredibile e di indimenticabile: stadio di Lecce, la squadra in cerchio mano nella mano, al centro la maglia numero 13. E al Via del Mare il Brescia non solo vince, ma uno dei gol lo realizza Emanuele Filippini, compagno di camera di Vito, che mai era andato a segno in serie A. Impossibile non pensare alla mano di qualcuno dall’alto, capace di trasformare una tragedia in una favola.
L’affetto
Un ricordo che anche a Brescia c’è, pulsa: grazie al club che porta il suo nome e che gira tutti gli stadi d’Italia, grazie a un centro sportivo che porta il suo nome, grazie ai cori che la curva gli dedica ad ogni partita casalinga, grazie a quella memoria che non può essere cancellata nonostante 114 anni di storia finiti in soffitta e che a maggior ragione continua oggi a raccontare dello Sceriffo e del suo sorriso. Unico e prezioso.
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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