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Calcio

L'ANNIVERSARIO

Vent'anni fa la folle corsa di Mazzone sotto la curva


Sport
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30 set 2021, 06:00
UNA CORSA LUNGA 20 ANNI

Marcell Jacobs diventa l’uomo più veloce del mondo? Ecco che nella corsia accanto a lui compare Carlo Mazzone. Chiellini commette un memorabile fallo tecnico nella finale degli Europeitirando Saka per la maglia? Ecco che al posto del centrocampista dell’Inghilterra compare Carlo Mazzone preso per il giaccone. Giusto per citare due tra i meme più recenti. Ma potremmo andare avanti così, all’infinito. Quell’infinito al quale «la corsadiMazzionesottolacurvadell’Atalanta» - scritto così, perché ormai non è più la descrizione di un fatto, ma è una specie di «definizione» - è stata consegnata. Sono passati venti anni, scivolati in fretta. Ma quella mitologica, folle, mazzoniana corsa, non passa mai.

Cosa sarebbe successo se quel 30 settembre 2001 - Brescia-Atalanta 3-3 - fossero esistiti i social? Ma la notizia è proprio questa: che l’immagine di un uomo di 64 anni a sprintare sotto lo spicchio del settore ospiti è diventata così iconica da essere riuscita ad attraversare l’era analogica per sbarcare in grande stile nell’epoca digitale. «Ho fatto 795 panchine in serie A e va a finire che verrò ricordato per quella corsa» è da allora il grande cruccio dell’allenatore romano che tuttavia quella cavalcata l’ha sempre rivendicata: «La rifarei. Perché i cori che l’avevano preceduta erano stati la cosa peggiore che si può sentire: la mamma è la cosa più importante» disse in una intervista celebrativa per il suo 80esimo compleanno.

30 settembre 2001:  «Se famo 3-3 vado sotto la curva»

L'articolo del GdB del giorno dopo
In quel pomeriggio di inizio autunno, l’impresa di Mazzone riuscì ad oscurare persino la «prima» - seppur ancora da spettatore in tribuna - di Pep Guardiola giocatore del Brescia. A ogni modo: l’Atalanta comanda 3-1 e alla fine del derby mancano più o meno 15 minuti. Baggio accorcia, l’adrenalina di Mazzone raddoppia. Il sor Carletto è teso, tesissimo. Le sue orecchie non possono più sentire cori e offese contro la sua romanità, ma soprattutto contro l’amata mamma Jole scomparsa già da molti anni. «Se famo 3-3 vado sotto la curva» avverte a quel punto il guardalinee Mazzone. Tutti lo sentono, ma nessuno pensa che il Brescia possa portare a compimento la rimonta. E invece, Baggio («Lo assegnarono a Roby, ma in realtà quel gol - ci dice Sandro Calori con un sorriso - era mio..») che tutto può, la rimonta la fa. Boom! Carlo Jacobs o Marcell Mazzone scatta come un razzo e tiene fede al proposito dichiarato.

«Ho provato a fermarlo, ma ho lasciato perdere»

Mazzone con Menichini e il dirigente Cesare Zanibelli

Il primo a reagire «perché avevo sentito le sue parole e un po’ mi ero messo su chi va là» è l’addetto agli ispettori di Lega Cesare Zanibelli, che presto desiste. Provano a intervenire il vice Leonardo Menichini e il team manager Edoardo Piovani che però non possono far altro che «accompagnare» l’allenatore sotto la curva atalantina verso la quale Mazzone scarica rabbia allo stato puro. «Io non avrei mai immaginato - dice Zanibelli - che quella sequenza sarebbe passata alla storia. Credo che nemmeno il più grande guru del marketing avrebbe saputo fare di meglio: se avessimo messo il copyright sulla nostra immagine - ride - oggi saremmo tutti ricchissimi. Scherzi a parte mi fa impressione pensare che siano trascorsi 20 anni eppure ancora mi capita che qualcuno mi chieda "ma lei è quello della corsa di Mazzone?" e la cosa incredibile è che spesso succede che a chiedermelo siano ragazzi che ai tempi nemmeno erano nati... Cosa mi disse Mazzone nei giorni a seguire? Che avevo fatto una figuraccia perché non ero riuscito a fermare un vecchio. A fermarlo ci avevo provato, ma ho lasciato perdere perché tanta era la rabbia che lo animava che avrebbe finito per travolgermi e calpestarmi...Diceva delle cose incredibili: era un momento drammatico, ma mi veniva anche da ridere».

«Se ci ripenso, mi viene da ridere»

«Sono passati 20 anni, se ci ripenso ora mi viene soltanto da sorridere». Alex Pinardi oggi è il responsabile del settore giovanile della FeralpiSalò, ma in quel Brescia-Atalanta del 30 settembre 2001, da poco ventunenne, era stato portato in panchina dal tecnico nerazzurro Vavassori. «Ricordo un derby bellissimo dal punto di vista spettacolare e dell’intensità. Sul 3-1 per noi tutti pensavamo che la partita fosse chiusa, invece…». Invece ecco il 2-3 di Baggio e la «minaccia» di Mazzone. «Vidi chiaramente che faceva segno alla curva atalantina, promettendo che sarebbe andato sotto di loro in caso di pareggio, ma pensavo sarebbero rimaste solo parole. Poi ecco il 3-3 di Baggio, mi giro e vedo l’allenatore del Brescia partire come un razzo. Ricordo che dentro di me dissi "ma dove sta andando? Non vorrà davvero arrivare sotto la curva...". Lo pensai ma restai zitto, a vent’anni meglio una parola in meno che una in più».

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Pinardi ricorda gli insulti piovuti durante il derby nei confronti di Mazzone, «ed era chiaro che il problema fosse tra lui e gli ultras, non con noi e nemmeno con Vavassori. Anzi tra i due so che c’era grande stima. Quando tornò indietro si voltò verso di noi e il "Vava", chiese scusa per quella corsa, ma sentii chiaramente i suoi "che me frega" quando i dirigenti del Brescia gli urlavano di stare buono che lo avrebbero squalificato chissà per quanto».

Sono passati vent’anni, altre corse ci sono state, ma per lo più verso i tifosi della propria squadra, non verso gli avversari. «Oggi posso dire che sono cose che capitano e ripeto, ho visto decine di volte quella scena di Mazzone e mi viene da ridere, anche per la grandissima stima che ho nei confronti dell’allenatore. Ora lo vedo come un gesto goliardico, da derby, anche se quel giorno quando arrivò sotto la curva atalantina gli tirarono addosso di tutto. Al ritorno molti di noi erano convinti che non si sarebbe presentato a Bergamo, invece entrò in campo scortato dalla Digos senza battere ciglio di fronte ad uno stadio che gli urlava di tutto. Ovvio, se l’aspettava un trattamento del genere, ma anche in quella occasione Mazzone dimostrò la sua grandissima personalità. Sono certo che molti allenatori si sarebbero tirati indietro, lui non lo fece». 

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