È stata variamente interpretata e commentata l’intervista che un bravo collega ha realizzato con l’arbitro Marco Serra. La vicenda è nota e riguarda un grave errore commesso dal direttore di gara nei minuti finali di Milan-Spezia. L’intervista non svela particolari che non si sapessero, ma ha il pregio di entrare nella psicologia dell’uomo oltre che dell’arbitro. Qualcuno ha eccepito che i toni ricordassero quelli della cosiddetta «televisione del dolore». Niente di tutto ciò. Intanto sentire un arbitro che parla, che spiega, che racconta, che ammette un errore (non che si potesse dire diversamente, in verità) è qualcosa di rivoluzionario. Il calcio ha negato per decenni il diritto di replica agli arbitri, li ha sempre messi in un angolo impedendo loro di difendersi, di spiegarsi, di argomentare ciò che chiunque poteva squadernare nella pubblica piazza.
Un giorno chiesi ad un grande arbitro (diresse la finale di un campionato del mondo) quale fosse per lui il vero nemico tra la folla pronta al linciaggio e l’ostinazione dei calciatori a tentare di fregarlo. Mi rispose: «Le 25 telecamere che piazzate a bordo campo e che per me rappresentano un confronto impari». Mi spiazzò, ma disse una verità incontestabile (al tempo ancora non c'era il Var). Al tempo i due occhi dell’uomo non potevano competere con ciò che la tecnologia permette di vivisezionare. Serra ha commesso un errore. Grave. Ma questa sua disavventura ha consentito di evidenziare un sacco di altri particolari che invece sono quasi passati inosservati. Intanto il comportamento, encomiabile, dei giocatori del Milan. Sciagurati in campo, perché sono riusciti anche a prendere gol nell’azione successiva, ma estremamente rispettosi dell’uomo, prima ancora che dell’arbitro.



