Brescia, un urlo liberatorio al cielo per una salvezza «nonostante»

Nonostante. Nonostante errori grossolani, sbagli eclatanti. Nonostante una mancanza di identità. Nonostante gli infortuni e una sfortuna a volte scientifica. Nonostante le mancanze tecniche e di personalità. Nonostante una rosa corta e senza i ricambi necessari. Nonostante il non mercato di gennaio. Nonostante le difficoltà di chi ha guidato dalla panchina. Nonostante un digiuno di vittorie casalinghe storico. Nonostante i millimetri del Var e un tomo intero di ingiustizie sportive. Nonostante, perché no, i «gufi». Nonostante un turno cruciale rinviato e le mille occasioni perse: in ordine sparso il Mantova, il Cosenza, la Juve Stabia, il Frosinone.... Nonostante da dentro si sia provveduto a una certosina opera di destabilizzazione gettando ombre sul futuro, scatenando lotte nel fango. Nonostante tante scelte di Massimo Cellino.
Braccia al cielo
È salvezza sì: alziamo le braccia al cielo, di gusto e con gusto. Il sangue è tornato a scorrere nelle vene, il cuore pompa gioia, ma soprattutto sollievo. Perché i presupposti erano altri, perché la promessa non scritta del «cambierò» è andata disattesa. In fumo: come un progetto sportivo che è rimasto solo sulla carta e che in 8 anni ha regalato una promozione – non programmata, e per questo rifiutata quindi gettata alle ortiche dall’alto – e due mezze buone annate. Poi niente. Nonostante. Quella che abbracciamo e ci teniamo ben stretta è stata la salvezza dei nonostante. Più che una stagione, quella che stasera il Brescia ha chiuso a doppia mandata è stata uno stillicidio. Che ha bruciato passione, sentimenti e abc delle dinamiche calcistiche.
Stagione sofferta
Di quello che era il programma per questa stagione abbiamo fatto appena in tempo a leggere l’introduzione, che pareva buona. Ma lì, e così, il libro come si era aperto si è anche chiuso. Forse perché non è nemmeno mai stato scritto e così il Brescia si è mosso improvvisando. Va dove ti portano il cuore e l’intuito: ma il cuore e l’intuito, senza la ragione a far da bussola, spesso ti mandano a sbattere. A maggior ragione poi se sentimento ed empatia non sono nel dna societario.
Giocatori e allenatori
Sul campo vanno i giocatori certo. Dalla panchina comandano gli allenatori, altrettanto certo. E ce n’è anche per loro, ovviamente. A ciascuno la propria parte. Ma torniamo sempre lì: è mai possibile che da 8 anni solari a questa parte, potenziali cigni se va bene quando va bene diventano degli ibridi inespressi, ma più nella norma restano anatroccoli? Fa eccezione Tonali: ma a parte che Sandro non era figlio di questa gestione, lui si è trasformato da solo e lo avrebbe fatto sbocciando da qualsiasi tipo di superficie, ovunque. Lo stesso discorso vale per gli allenatori. Quando non si è trattato di parvenu poi non a caso via da qui spariti subito dalla scena, tutti – a prescindere da qualità ed esperienza – si sono puntualmente involuti e avvitati su loro stessi a forza di delegittimazioni, interferenze, mancanze di rispetto. Non ha fatto eccezione, anzi, Rolando Maran che ha chiuso da ombra di se stesso: da pifferaio magico che è stato l’anno scorso, ha finito da condottiero (reso) stanco, con idee anch’esse fiacche.
Resistenza deleteria
Ma è inevitabile che se chi occupa un posto di responsabilità – a qualsiasi punto della catena societaria il cui lavoro è finalizzato ai risultati del campo – ogni giorno deve pensare a resistere e difendersi da attacchi e veleni, si tolgono le energie migliori. E al Brescia, in questo Brescia, è sempre così: chi ci lavora deve solo pensare a resistere e proteggersi. E a volte si finisce per appiattirsi e diventare un mero esecutore delle volontà, anche quando sono sbagliate, del presidente.
Così ad esempio è stato per quanto riguarda la figura del direttore sportivo Renzo Castagnini, che se la passata stagione ebbe grandi meriti nella cavalcata finale e ha rappresentato una soluzione, in questa è invece finito nel tritacarne delle storture che hanno anche portato, per un lungo periodo, a una incomunicabilità tra squadra e società. Via via il dirigente si è appiattito sulle decisioni presidenziali, non riuscendo più a fare da contraltare in modo da riuscire a correggere determinate rotte. E così quella di non fare mercato a gennaio è stata una scelta condivisa e in condivisione è stata la mala gestione della Maran-Bisoli-Maran: la sequenza in panchina che ha fatto saltare i già fragili equilibri di squadra.
Tutto uguale
Squadra che, ripetiamo: ha le proprie responsabilità, ma che è sempre né più né meno il risultato di ciò che respira. Persone attorno senza sorrisi, veleni, mancanze, disaffezione, assuefazione a dinamiche che si ripetono con la sistematicità di un episodio dei vecchi «casa Vianello»: nessuna mossa, nessuna scossa riesce più a sortire effetto perché a ogni mossa corrisponde la previsione puntuale di quella che poi sarà la successiva. È sempre tutto uguale, compreso un periodo finale in cui è colpa di tutti – è colpa del sindaco, dei tifosi, dei giornalisti, dei massaggiatori, degli ex dirigenti –, ma di chi, giustamente, prende tutte le decisioni, mai.
È sempre la solita minestra. E così ad esempio, quando cambia un allenatore, contestualmente scatta il conto alla rovescia per il momento del suo ritorno. Non è stato diverso quest’anno: solo che stavolta, in aggiunta, c’è stata una grave sottovalutazione di quali conseguenze avrebbe comportato la chiamata al capezzale del padre del capitano. Il cui vaso, a un certo punto, è tracimato (ma è mai possibile che l’unica reale autocritica, peraltro esagerata, che abbiamo ascoltato sia stata la sua?). Questa rosa, pur con limiti e mancanze di ricambi in ruoli strategici, dato il livello infimo (il che rende la fine che si è rischiato di fare un’aggravante) del campionato, aveva comunque tutto per fare molto di più. Esattamente come tre campionati fa.
L’ambiente
Ma se in soli tre anni una volta si retrocede (epilogo annullato dal successivo ripescaggio) e un’altra si rischia di fare la stessa fine, se quest’anno in rosa c’erano 8 superstiti dell’1 giugno del 2023, significa prima di tutto una cosa: che il malessere è profondo e che dai propri errori non si è imparato nulla. Principalmente dagli errori del fuori campo. Aggravante numero 2: a differenza della stagione ’22-’23, non c’erano guai giudiziari del presidente sullo sfondo. Dopo la caduta ai play out col Cosenza scrivemmo di un ambiente consumato dalla mancanza di unità d’intenti e di guerre interne. «Ho visto lei che bacia lui che bacia lei che bacia me» era il tormentone dell’anno di Annalisa e l’immagine che rimanda al «gioco degli spifferi» era perfetta per descrivere il clima – appunto: tutti intenti a salvare loro stessi – dentro il Brescia.
Bene: due estati dopo, mentre nel frattempo Annalisa è tornata cambiando completamente la sua immagine con «Maschio», il Brescia è rimasto fedele alla sua vecchia estetica e dunque alla sua hit. Ma adesso è proprio arrivato il tempo di cambiare musica. Largo al futuro che non può che derivare da un cambio al vertice e un ricambio totale. Rifondazione, si chiama. Nel frattempo, in alto cuori e calici: è sempre una salvezza. «Giuro che non retrocederemo perché moriremmo dentro anche noi» è stata la promessa, questa sì mantenuta, che Nicolas Galazzi ci ha fatto guardandoci negli occhi e con una mano sul cuore dopo Modena a microfoni spenti. E qualcosa noi da fuori l’abbiamo imparata: niente va mai dato per scontato.
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