Che dire? Ma soprattutto: che fare? Chi può prendere in mano una situazione che avanti di questo trend, può solo andare a finire diversamente bene e cioè male? Molto fumo, poco arrosto e un intenso odore di bruciato: ecco ciò che resta di Brescia-Südtirol. Con condimento a base di fischi – sonori – e contestazione («andate a lavorare») alla squadra (in aggiunta a quella a Massimo Cellino). E la fame di vittorie che resta lì, intatta, e persino storica: mai infatti nella sua storia di B il Brescia era rimasto 10 partite di fila senza centrare un successo. Avvilente. Quasi come una cornice da poco più di 4000 spettatori: molti gli abbonati che non hanno avuto voglia di prendere posto sugli spalti. Inevitabile. A forza di modestia, il pensiero dei disagi – dalla pioggia al freddo passando per l’inospitalità dello stadio – da affrontare per andare a vedere il Brescia, ha preso il sopravvento su quello del buon cuore di essere al fianco della propria squadra.

Freno a mano
D’altronde, lo stesso accade al Brescia: il pensiero intrusivo della paura vince, sistematicamente, su quello dell’opportunità da cogliere. Per cui, più o meno inconsciamente, si finisce per giocare a limitare i danni. Anche quando non sembra, anche quando si prova a fare la partita e si guarda con costanza verso il portiere altrui. Ma col Südtirol è andata di fatto come con la Salernitana: freno a mano tirato, fiato corto, gambe inchiodate dalla testa. Quantità, senza qualità. Fumo – 26 conclusioni –, con pochissimo arrosto che sono i 9 tiri conteggiati verso la porta: solo che c’è stata solo una vera occasione da rete con un colpo di testa di Calvani salvato sulla linea da Odogwu. Più, per largheggiare, mettiamoci un altro colpo di testa (sempre nel primo tempo), di Bisoli, e una chance che Nuamah avrebbe potuto sfruttare meglio da pochi passi nelle ripresa. Tutto qui il fatturato di un Brescia volenteroso, certo, ma troppo sotto ritmo per pensare di mettere in scacco una squadra come il Südtirol che fa del vecchio catenaccio e delle ripartenze, oltre che di una grande fisicità, il proprio marchio di fabbrica. A maggior ragione, per mettere in scacco una squadra arrivata qui in cerca di un pareggio. Per Castori è stato un gioco da ragazzi leggere un Brescia risultato molto prevedibile, con poco mordente, e al quale le mosse a sorpresa Bjarnason-Moncini (sulla carta non era una brutta idea) nell’undici titolare non hanno pagato dividendi.




