Calcio

Renzo Ulivieri: «Un allenatore non deve essere neutrale»

Il presidente dell’Associazione italiana allenatori: «Guardiamo il mondo in cui viviamo e vogliamo parteciparvi. Ho sempre difeso tutti, anche chi la pensava diversamente da me»
Renzo Ulivieri a San Polo - © www.giornaledibrescia.it
Renzo Ulivieri a San Polo - © www.giornaledibrescia.it
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Ottantaquattro anni sulla carta d’identità, più della metà in panchina. L’ha lasciata formalmente nel 2008 dopo l’avventura alla Reggina, ma non l’ha mai lasciata veramente perché poi ha contribuito alla crescita del calcio femminile e ora sta studiando da tecnico di una formazione per disabili intellettivi.

In pochi, più di Renzo Ulivieri, possono permettersi di dire come deve essere un tecnico: «Deve essere duro, senza mai perdere la tenerezza», risponde il toscano verace, ancora adesso presidente dell’Associazione italiana allenatori. Ne ha parlato giovedì sera alla Casa delle Associazioni di San Polo, in un incontro pubblico dal titolo «Esclusioni e boicottaggi», moderato da Giuseppe Raspanti e incalzato anche da Folco Donati, giornalista e presidente della Brixia ginnastica.

Che ruolo ha l’allenatore?

«Importante – dice Ulivieri – perché in serie A arriva un ragazzo su 27mila. Noi, quindi, alleniamo gli altri 26.999 ad essere buoni cittadini».

Ma è vero che un tecnico deve stare fuori da tutto ed essere neutrale?

«Non è vero, lo sport è politica e presuppone delle scelte di ordine politico. Noi guardiamo il mondo in cui viviamo e vogliamo parteciparvi».

Lei invece non ha mai nascosto le sue idee...

«A Bologna mi attaccarono anche per quello, fecero lo stesso pure con Sinisa Mihajlovic, perché si espose e disse che gli elettori dovevano scegliere Lega. Non era certo il mio pensiero, però come presidente dell’Aiac lo difesi perché aveva diritto di avere una posizione. Ho sempre difeso tutti, anche chi la pensava diversamente da me».

È vero che i giocatori oggi sono più timorosi e non si esprimono più?

«Quando smisi nel 2008 alla Reggina feci un errore, perché pensavo che erano troppo leggeri. Invece bisogna grattare un po’ e si tira fuori l’uomo, le idee. Poi certo, in pubblico temono che una presa di posizione possa loro nuocere. Ma se un tecnico ci parla, qualcosa di buono trova, come in tutti gli uomini».

Come Aiac avete anche parlato di escludere Israele dalle competizioni, è servito a qualcosa?

«Eravamo d’accordo 19 su 19 e abbiamo portato la mozione a Cio, Uefa e Fifa. Ci hanno risposto che serviva una posizione comune di tanti governi. A chi dice che non è servito, dico che se non l’avremmo fatto il pensiero non sarebbe circolato nel mondo».

È giusto il boicottaggio anche nel caso di atleti individuali?

«Farei ricorso alla storia: dopo la Seconda guerra mondiale Germania e Giappone tornarono a giocare nel 1951, l’Italia nel 1945 perché ci fu la Resistenza. Poi, certo, qualcuno deve andare dall’atleta a spiegare perché non può competere. Arrivare primo onestamente è un valore, ma anche rallentarsi e aspettare gli altri lo è. Per avere dei valori nello sport, ci vuole gente che si impegna a trasmetterli».

È sempre stato disinvolto nelle interviste, è un pregio?

«Non sempre, una volta a Bologna dissi che eravamo stati una squadra femmina, anziché leggiadra, e scoppiò il finimondo...».

Come quando tenne fuori Baggio contro il Milan a San Siro?

«Qualcosa di vero c’era, quando arrivò mi creò qualche problema perché io ero sempre stato dalla parte dei giocatori faticatori e proletari. Lui però ammaliava tutti, perfino mia madre mi chiese perché non l’avevo fatto giocare quella volta...».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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