Calcio

Ganz: «Il Brescia è stato la mia fortuna, peccato non giocarci in A»

«El segna semper lü» da etichetta è diventato il titolo della sua biografia che uscirà venerdì 10 ottobre: un capitolo è dedicato alle sue due stagioni al Rigamonti
Ganz con la maglia del Brescia - © www.giornaledibrescia.it
Ganz con la maglia del Brescia - © www.giornaledibrescia.it
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«El segna semper lü» oggi è diventato un uomo-assist «perché tatticamente sono cresciuto e non punto più solo la porta». Lui è Maurizio Ganz, 57 anni il prossimo 13 ottobre. «El segna semper lü» invece, da etichetta datagli dai tifosi dell’Inter, è diventato il titolo della sua autobiografia scritta con Tiziano Marino e in uscita venerdì (collana I Fenicotteri, 208 pagine, Baldini+Castoldi, 19 euro). Dalla Carnia a San Siro, passando anche dal Brescia: due stagioni da bomber, chiuse col trasferimento all’Atalanta e la piazza che insorge. Un capitolo del libro è dedicato a tutta quella esperienza.

Un volume che racconta la sua storia di uomo e calciatore: come mai?

«Ci pensavo da un po’. Con tutte le squadre che ho girato mi sembrava bello raccontare la mia carriera partendo dalle origini, in cui il calcio era quasi marginale. Ho praticato lo sci di fondo che mi ha dato resistenza fisica e il salto dal trampolino che mi ha dato coraggio, due qualità che mi sono portato nel mondo del calcio».

Ogni squadra un capitolo e c’è ovviamente il Brescia.

«Lì è iniziata davvero la mia carriera e non lo scordo. Mi presero per 3 miliardi dalla Samp, una cifra pazzesca, io a Genova non avevo spazio con Vialli e Mancini. Diciamo che il diesse di allora Pietro Tomei aveva visto lungo. Fu un’intuizione per il Brescia, ma anche per me e soprattutto la prima esperienza da giocatore non più in prestito, ma acquistato. Il primo anno (1990-91, ndr) fu difficile, ma i miei 11 gol servirono per la salvezza; quello successivo arrivò la consacrazione con 19 reti e la promozione in A. Anno incredibile per me e per il Brescia».

Torniamo alla prima stagione e a un aneddoto legato alla Coppa Italia.

«Doppia sfida con la Salernitana: 0-0 in casa, al ritorno ci imponemmo grazie a un mio rigore. Il giorno dopo titolo della Gazzetta: "Con il gol di Ganz vincono due miliardi". È così, ci furono due tredici grazie a me. E che cifra si portarono a casa».

Tre partite con Mazzia in panchina, poi arrivò Bolchi.

«L’errore furono le due amichevoli estive con Milan e Juventus, prendemmo delle batoste. Poi tre sconfitte di fila al via del campionato. Alla prima in casa, ancora la Salernitana, feci gol ma stavolta il rigore lo sbagliai. E forse tutto ciò contribuì all’esonero di Mazzia. Con lui si giocava la zona totale, arrivò Bolchi e passammo uomo contro uomo...».

Stagione 91-92, ecco Lucescu in panchina.

«La parte che fa male, ma mi spiego meglio. La stagione fu fantastica, io con 19 gol capocannoniere e Brescia in A. Una squadra fortissima, che sapeva essere gruppo in campo e fuori. Cito due giocatori su tutti, De Paola e Domini: uno rimbalzava gli avversari, l’altro ti metteva davanti alla porta. E poi Mircea, uno che insegna calcio anche oggi, che in campo è lui a farti vedere ciò che va fatto. Ci faceva star bene in allenamento e fuori. Ogni venerdì a pranzo via da Campo Marte ci portava lì vicino a mangiare la pizza a sue spese. Eravamo uniti, tanto, ci si vedeva con famiglia e figli: oggi non è più così».

Poi però...

«Poi però il mister e la società fecero una scelta, quella di portare i romeni al Brescia. Quindi ecco Sabau, ma soprattutto Hagi e Raducioiu. Fecero delle considerazioni sbagliate sul mio conto, non mi ritenevano adatto per la serie A. Io poi dimostrai il contrario e Corioni più volte nelle interviste negli anni ha ammesso di aver commesso un errore cedendomi. Anche se lo fece per sette miliardi, quindi dal punto di vista economico un affare».

Come seppe della cessione?

«Ero in vacanza a Pollina, 48 ore alla chiusura del calciomercato, con me Porrini col quale gioco ancora negli over 50 e Minaudo, allora entrambi all’Atalanta. "Vi faccio un mazzo così nel derby", continuavo a dire. Poi mi chiamò il procuratore: "guarda che il Brescia ti vende". "Ma cosa cavolo dici?", fu la risposta. Era vero. Passai da eroe e uomo mercato».

Lei però andò all’Atalanta...

«Un po’ come il passaggio dall’Inter al Milan: si vede che la mia vita in fondo è sempre stata un derby. A parte quello, io da capocannoniere della B non vedevo l’ora di giocare in A col Brescia, ma mi imposero di andarmene. Chiamò Lippi, allenava l’Atalanta e mi conosceva dalla Primavera della Samp. Mi disse "ho un attaccante colombiano che non conosco, se vieni non ti assicuro il posto, ma te la giochi"». Accettai e non avevo alternative; giocare a calcio era il mio lavoro, non potevo restare fermo».

Brescia visse ciò come un tradimento.

«Ma non è così. Spiegai che ero andato via non per mia volontà e infatti se la presero con Corioni. Fu anche un momento delicato: a Brescia erano arrabbiati, a Bergamo si videro arrivare un attaccante che non aveva mai fatto la A e con la maglia delle rondinelle. Poi feci 14 gol e tutto si sistemò. Chissà, se fossi rimasto a Brescia magari con quei 14 centri ci saremmo salvati senza arrivare allo spareggio (poi perso con l’Udinese a Bologna, ndr).

Se ci ripensa oggi cosa rappresenta Brescia per lei?

«La mia fortuna avendo poi fatto Atalanta, Inter e Milan. Ha creduto in me quando alla Samp facevo panchina, peccato davvero non ci fu fiducia arrivata la promozione in A».

E che ricordo ha di Gino Corioni?

«Un presidente unico, una passione e un amore per il Brescia incredibili. La domenica mattina andava a giocare a tennis, poi arrivava in ritiro in tuta per salutarci con i capelli fonatini, perfetti. Un presidente capace, che faceva qualsiasi cosa perché noi stessimo bene. Aveva un concetto altissimo di famiglia, ma in quel Brescia eravamo un po’ tutti figli suoi».

A proposito di figli, il suo gioca nella Pro Patria avversaria domenica dell’Union Brescia.

«Simone è reduce da un infortunio, spero sia almeno in panchina. Io di sicuro sarò sugli spalti».

Union Brescia che è la nuova realtà nata sulle ceneri del «suo» Brescia.

«Ho seguito la vicenda, sono contento che ci sia un progetto tutto del territorio. Saprà valorizzare quella storia che non si cancella».

Stanno invitando al Rigamonti tanti ex, la aspettiamo?

«Se mi chiamano, vengo di corsa».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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