Zambelli: «Per il Brescia sono finito in terapia, ma rifarei tutto»
Marco Zambelli e il Brescia. Due entità sovrapponibili. Poche gioie, tanti dolori: gli stessi che hanno accompagno l’ex esterno di Gavardo in una carriera condizionata da 4 interventi ai crociati subiti entro i 21 anni. Ma i traumi fisici sono stati niente rispetto a quelli attraversati umanamente dopo un addio dato «per il bene del club» e un’uscita dal calcio non pianificata. Oggi, quel ragazzo compie 40 anni.
Come vive la cifra tonda?
«Sincero: un po’ mi infastidisce. Ma non perché ho rimpianti. È solo che ho tanta voglia di fare e spero di poter avere davanti ancora tanto tempo. Da un lato mi vergogno di non avere ancora ben chiare le idee. Dall’altro lato però è anche bello essere alla ricerca, vuol dire che non ti accontenti».
Ma il suo bilancio torna?
«Sì. Intanto ho realizzato il sogno di avere una famiglia con Clara (Gorno, presidentessa del Brescia femminile, ndr) e i miei due bambini. Per il resto anche le scelte che ho compiuto nel mio viaggio professionale le rifarei. Si fanno in base alla persona che si è in un dato momento: tornassi indietro riconfermerei tutto».
Lascerebbe di nuovo anche 750.000 euro di contratto (nel 2015, ndr)?
«Magari Marco con due figli non lo rifarebbe, ma quel Marco lo rifarebbe. Era giusto così».

Famiglia a parte, la sua gioia sportiva più grande quale è stata?
«Il Brescia in generale. Esserne stato il capitano. Quando dico il Brescia intendo tutto il pacchetto, nel bene e nel male (venne anche ribattezzato con disprezzo “capitan spiedo”, ndr). Perché ho vissuto tutto con intensità e tutto ciò che ho vissuto con quella maglia me lo ritrovo nella vita».
Cosa intende con intensità?
«Fatico a spiegare, ma sono cose che non ho più trovato e provato nei posti in cui sono stato dopo tra Empoli, Foggia e Salò. Mi sono reso conto che non riuscivo ad avere quell’ideale che portavo avanti quando ero a Brescia dove non è mai stato solo campo».
Tanto da finire in terapia...
«Nel 2013 ho cominciato a non fare più solo il giocatore: cercavo imprenditori e aiuti per il Brescia. Poi sono arrivato a un punto in cui sono scoppiato. Il lavoro su di me mi è però servito per capire che tutto ciò che ho fatto e provato era sincero. Ho fatto pace con tutto. Ho sofferto come un cane, ma ne è valsa la pena. Mi è servito anche nella vita per capire che non sempre le cose vanno come si vorrebbe. Per esempio avevo il sogno di raggiungere Stefano Bonometti per presenze e di uscire dal campo quel giorno tra gli applausi del mio stadio. Non è successo e va bene lo stesso. Però le cose che non succedono ti lasciano dentro anche un’energia per pensare di dover dare ancora qualcosa alla Brescia sportiva. Ho delle idee in testa».
Lei si è laureato in economia, voleva lavorare in ambito risorse umane nel calcio: come mai non ci è riuscito?
«Detto che anche la laurea la metto tra i sogni realizzati, un po’ avrò sbagliato io, poi ci sono le priorità familiari eccetera. E non nascondo che gli anni da quando ho smesso sono stati tosti: non è facile passare da una dimensione pubblica per 20 anni a non avere le idee chiare sul dopo».

In un video celebrativo quali sue immagini inserirebbe?
«Quelle con Possanzini e Caracciolo, quelle con me che esulto in barella dopo il gol che ho segnato col Pisa perché mi rappresenta e quelle con me e Corioni. Non lo scordo mai Gino e suo figlio Fabio mi ha fatto il regalo più bello: un foglietto scritto da Gino che per un tifoso che glielo chiese compilò la sua formazione ideale con quelli che secondo lui erano i migliori giocatori di tutto il calcio: inserì il mio nome: pazzesco...».

A proposito di presidenti, con Pasini non finì bene a Salò...
«È un mio grande cruccio. Non sono successe cose così gravi, credo solo che non siamo riusciti a trovare un momento per parlare io e lui: ci saremmo capiti. Non lo dico ora perché è diventato presidente del Brescia: è che non mi piace lasciare le cose in sospeso e spero di potermi chiarire».
Quando Cellino fece ciò che ha fatto, lei disse che chiusa un porta si sarebbe potuto aprire un portone... Si è aperto?
«Sì. Con questa unione di imprenditori, se sarà vera coesione, si può lavorare per far uscire tutto il potenziale inespresso di questa piazza».
Possanzini ha detto che questo non è il Brescia. Per lei?
«Mi sono chiesto se è una matricola, uno stemma o cosa a dettare l’appartenenza... Forse sono le persone e se questa società riesce a far diventare la sua realtà come qualcosa che entra nel quotidiano delle persone e che prescinde dai risultati, allora sì: è il Brescia».

Lei ha parlato prima di idee sulla Brescia sportiva...
«Sì, non solo per quanto riguarda il calcio, ma in generale: mi si è accesa una lampadina e sto cercando di elaborare l’idea... Se parliamo solo di calcio, tra i vari desideri ho anche quello di poter sviluppare un lavoro sulla squadra delle vecchie glorie del Brescia».
Lei nel frattempo ha lavorato nel femminile con sua moglie...
«Esperienza formativa. Ho avuto modo anche di capire quanto per le donne che occupano dei ruoli sia tutto molto più difficile e le rivaluto ulteriormente».
Non ha voglia di tornare allo stadio Rigamonti?
«Sì, perché da spettatore non l’ho mai fatto. Vorrei tornarci con l’ultima persona con cui ci sono stato: il mio bambino. Aveva 6 mesi ed era con me quando andai a svuotare l’armadietto».
Festa di compleanno: chi vorrebbe come ospite a sorpresa?
«Gino. Per riabbracciarlo e dirgli grazie».
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