La standing ovation virtuale e quel brivido per «Tullio-gol»

Il (parziale) ritorno al clima di emergenza ha avuto i suoi effetti anche nel mondo del calcio; si coniano nuovi modi di dire («Standing ovation solo virtuale per André Silva perché si gioca a porte chiuse» abbiamo sentito dire durante una partita del Lipsia), ma soprattutto con gli stadi semivuoti più chiare si avvertono le indicazioni dell’allenatore e i bordocampisti possono comunicarle con più o meno chiarezza come ha fatto Marco Nosotti (Sky) durante Fiorentina-Genoa di lunedi sera. «Konko a Yeboah dice che in questa posizione, per il momento di fianco a destra, a differenza di Destro, quando è in fase di non possesso e sono schiacciati, lui deve dare una mano dentro, perché spesso Portanova da Odriozola viene portato basso e allora c’è bisogno di una mano per la palla a rimorchio».
Sorridendo ovviamente, ma devono averci capito poco anche i compagni di Yeboah vista che è poi finita 6-0 per i viola... I ranghi stravolti dai contagi hanno costretto gli allenatori a scelte estreme. Con un organico ridotto ai minimi termini, a un certo punto Gasperini, durante Lazio-Atalanta è stato sfiorato da una tentazione: «Si è voltato verso la panchina dopo l’infortunio di Miranchuk – ha spiegato Massimiliano Nebuloni su Sky - l’unico attaccante che ha trovato disponibile era Gritti che per ragioni anagrafiche non può più entrare. E così è toccato a Toloi».
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Un tuffo al cuore per tanti tifosi bresciani che negli anni Ottanta si infiammarono per Tullio-gol, il bomber gentiluomo, ora vice allenatore a Bergamo, che non esultava dopo una rete perché - avendo cominciato da portiere - sapeva quanto ci si resta male dopo averne incassata una. Ma quando punì il Milan di Berlusconi in serie A con una mezza rovesciata non riuscì (giustamente) a trattenersi. Il Rigamonti, sabato, ha salutato con rispetto un altro suo ex, sia pure in una cornice dimessa per la ridotta capienza. Più che in uno stadio sembrava di essere a teatro, ben distinguibili le voci dei protagonisti e anche degli spettatori. Forse proprio questa atmosfera senza troppi clamori né eccessi ha reso più genuino e sincero l’applauso che la gran parte del pubblico ha tributato ad Alfredo Donnarumma che ha risposto salutando la curva nord (anche se poi l’ha fatta fremere per una traversa colpita negli ultimi minuti).
Nel calcio di oggi – che va a velocità supersonica – i calciatori si spostano con altrettanto rapidità, basti vedere quanti di quel Brescia salito in A alla fine della stagione 2018-19 erano ancora in campo ieri con le rondinelle: soltanto Sabelli, Cistana e Bisoli. Così il ricordo tributato dai tifosi ha avuto il tocco di una carezza, perché non è giusto dimenticare quella cavalcata straordinaria anche se – dopo di allora – Donnarumma (che in quel torneo segnò 25 volte) non si è più ripetuto. Totale indifferenza all’ingresso negli ultimi minuti invece di Fabrizio Paghera, bresciano purosangue, che andò via nel 2011-12 per poi proseguire una più che onesta carriera professionale altrove. Non se la prenda. Se nel calcio tutto si cancella dopo un anno, figuriamoci dopo dieci…
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