Calcio

I 10 giorni del Brescia tra orgoglio, coperta corta e bisogno di calore

Da mercoledì al 10 maggio tre gare per centrare i play off. Un’impresa che, come ha sottolineato Bisoli, va fatta «insieme, c’è bisogno di tutti»
Bisoli consegna la fascia a Paghera durante il match contro lo Spezia - Foto Dazn © www.giornaledibrescia.it
Bisoli consegna la fascia a Paghera durante il match contro lo Spezia - Foto Dazn © www.giornaledibrescia.it
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È tutto così difficile, da essere tutto molto semplice: non bisogna pensare, non bisogna fare calcoli, non bisogna piangere. Ogni lacrima d’energia, va risparmiata. Della serie: le risorse residue vanno razionate e non è ammessa pertanto alcuna forma di dispersione. È tutto così difficile in un finale di stagione che poteva essere morbido, e che invece si scontra con la durezza di partite da affrontare un po’ con la lingua di fuori e tanto con la coperta corta (con la prima condizione figlia diretta della seconda).

Niente turnover

Eppure è tutto così facile: siccome ad esempio turnover non se ne può sostanzialmente fare se non in forma ridottissima e magari non dove servirebbe maggiormente, si deve fare con quel che c’è. Punto e fine. Appunto, senza pensare e senza fare calcoli non sottovalutando nulla nella quotidianità e con la massima attenzione ai dettagli.

Giù la testa: dal tardo pomeriggio di dopodomani, mercoledì 1 maggio, al venerdì sera del 10 maggio, saranno 10 giorni da vivere ad altissima intensità per un Brescia che arrivato fin qui e così, con le «pallottole spuntate», va celebrato per il rifiuto convinto di cedere alla tentazione di accontentarsi di aver centrato l’obiettivo stagionale della salvezza (a proposito: da sabato è anche aritmetica) e la voglia, per contro, di andarsi a prendere lo scalpo di un turno preliminare dei play off.

E in fondo, ma nemmeno troppo in fondo, nonostante energie e trend al ribasso (2 punti in 3 gare, ma soprattutto - è il dato più inquietante - zero gol segnati nell’ultimo tris di partite), si può fare. Partendo da un settimo posto passato indenne dal calo di rendimento numerico al pari del vantaggio sulle none. Sono segnali, al pari del pizzico di buona sorte che ha dato una mano sia con la Ternana che con lo Spezia: in entrambi i casi, vero che la squadra di Maran avrebbe potuto vincere, ma avrebbe anche potuto perdere.

Chimica

Segnali che da dentro il Brescia vengono captati e che c’è la voglia di andare a decriptare, facendo anche leva sul grande spessore morale del gruppo. Che l’aria tra le quattro mura dello spogliatoio di Torbole fosse molto buona, è chiaro da inizio stagione, ma la chimica che unisce i puntini tra un giocatore e l’altro, sta riservando il meglio in questo finale.

Emblematico quanto accaduto al 20’ della gara con lo Spezia all’ingresso in campo di Fabrizio Paghera: le immagini di Dimitri Bisoli che, a nome del gruppo, ha eletto il ragazzo di Roncadelle capitano simbolico, hanno fatto il giro d’Italia e sono andate a bersaglio nei cuori dei romantici del calcio. Si è trattato della più bella e inconsapevole operazione di «marketing» col nome e il simbolo del Brescia che si sono riempiti di valori. E che hanno certificato che queste maglie sono indossate da gente perbene che il Brescia e i bresciani (Paghera è bresciano) li ha a cuore e li tratta con cura.

E se questo stesso cuore e questa stessa cura della propria squadra iniziasse ad averla anche la città? È infatti un grande peccato che una scena così sia stata appannaggio, dal vivo, di un pubblico di nicchia. Certo, pochi ma buoni. Però non basta. E in altri termini lo ha detto anche nell’accorato e vibrante dopo partita proprio Dimitri Bisoli: «Abbiamo un grande sogno, ma adesso c’è bisogno di tutta la piazza. Dobbiamo essere tutti insieme».

Il fatto è che Brescia non è stata mai storicamente con la propria squadra sempre vissuta con un certo distacco se non nei momenti clou e da «passerella» (anche lo storico distacco delle istituzioni locali è una cartina di tornasole). Se a tutto questo uniamo un curriculum calcistico di 65 campionati di B e serie A col contagocce che ha portato molti a praticare il tifo tra Milano e Torino, se a tutto questo aggiungiamo troppi anni - gli ultimi - al ribasso, la contestazione a Cellino (ma anche Corioni, a suo tempo, era un «scusa» pronta per non andare al Rigamonti), infelici collocazioni dei turni di B, abitudini anche delle nuove generazioni che sono cambiate, voglia di usufruire di comodità che uno stadio come quello di Mompiano non offre, il quadro è fatto.

Ma per pretendere di più (squadre più competitive, uno stadio all’altezza) occorre dare di più: solo così si creano urgenze e si mette pressione a chi gestisce il club e a chi amministra. Facciamo un parallelo con il basket. L’annosa questione del palazzetto mancante, richiese un’accelerazione e una risoluzione - con l’inaugurazione del PalaLeonessa - quando Brescia tornò in A con una base di tifo che gremiva il PalaGeorge di Montichiari: il problema insomma venne davvero affrontato quando si creò la necessità. E ora, la Germani è in grado di alzare sempre più l’asticella perché ha riscontri di pubblico e il riscontro di pubblico c’è perché si alza l’asticella: reciprocamente, si dà e si chiede. E ci si levano alibi a vicenda. C’è un’emergenza, anche d’amore, per una squadra che nel suo piccolo lotta, ci crede e merita.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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