È un inedito Cellino: il Brescia prova la svolta sulla via della continuità

Questa è la storia di come un formidabile fabbricante di tempeste a tavolino quale Massimo Cellino, si stia trasformando - raccontano i fatti - in un qualcosa di veramente inedito per i suoi standard e i suoi abituali modus operandi. Ovvero, in un presidente impegnato a rigare molto dritto, attento a non sbandare. E a governare il suo istinto: quello che molto spesso, specie nel suo settennato bresciano, lo ha ripetutamente portato a rovesciare il secchio del latte, a fare e disfare la tela, a ricominciare ogni volta - e sempre più faticosamente, con risultati conseguenti - da capo.
Lo diciamo a bassa, bassissima voce - come dei San Tommaso in servizio permanente, perché serviranno altre prove -, ma qualcosa pare essere davvero cambiato. E non da adesso. Non perché Cellino non ha perso tempo nel dare a Rolando Maran quelle rassicurazioni di cui il tecnico aveva bisogno (e meritava), non perché è stato riscattato Gennaro Borrelli nonostante tutto, non perché sul momento di impasse vissuto dal diesse Renzo Castagnini è stata tenuta la barra dritta. Anche per tutto questo.
Ma il processo di «redenzione» di Massimo Cellino è iniziato da più lontano. In qualche modo, anche se non ce n’eravamo accorti, l’estate scorsa. Con un mercato condotto - causa vicissitudini da riammissione - in quattro e quattr’otto eppure con delle illuminazioni che avevano consigliato al patròn di abbandonare l’avarissimo di soddisfazioni e pienissimo di incognite e cantonate a ogni angolo mercato estero per puntare su giocatori «certificati», ma bisognosi di rilancio e affamati come Moncini e Dickmann e su scommesse lungimiranti come Borrelli e, a esempio, Besaggio. Era stato sbagliatissimo ripartire da Gastaldello, ma Cellino se n’è accorto in tempo. E quando se n’è accorto, ha capito che non era più tempo per gli azzardi nemmeno in panchina: ci voleva un allenatore vero. Una scelta che ha pagato, che ha fatto la differenza.
Riavvolgendo
Non è stato tutto e sempre rose e fiori nemmeno dall’arrivo di Maran, ma mugugni che in altri tempi si sarebbero trasformati in terreno fertile sul quale far fiorire dei braccio di ferro con l’allenatore o picconate per lo stesso, sono sempre rimasti niente più che tali. Ricacciati in gola e poi digeriti. Maran ha sempre insomma potuto lavorare sostanzialmente in pace, senza invasioni di campo. Cellino ha «ceduto» anche sul numero dei convocati (via il veto dei 19 e stop) e non è intervenuto nemmeno sull’utilizzo, fino alla fine, di giocatori in scadenza. Il tutto, grazie anche al lavoro dei «dietroquintisti», come il direttore sportivo col suo decisivo lavoro di filtro e mediazione. È stato bravo Castagnini a ritagliarsi il proprio spazio, ma dall’altra parte c’è stato anche un Cellino evidentemente più disposto a concedere margini d’azione (accreditando il dirigente presso squadra e staff, dandogli insomma potere) e anche a farsi accompagnare nelle scelte (e torniamo, a esempio, al mercato di un anno fa) inaugurando la condivisione. Poi è finita la stagione (costellata anche da scelte strategiche sui rinnovi con anche il «recupero» di Cistana in un incredibile percorso rottura-ricomposizione), Cellino ha alzato l’asticella delle ambizioni e tutti lo abbiamo aspettato al varco. Aveva chiesto fiducia ai bresciani, ma quella fiducia cieca non poteva essergli concessa.
Toccavano a lui le prime mosse (alle quali comunque i bresciani non stanno rispondendo: campagna abbonamenti fiacchissima): troppa la paura di ritrovarsi subito di fronte ai vecchi schemi. Invece è stato rinnovato Maran e c’è stato un tris di riscatti (l’unico mai in duscussione era stato quello di Dickmann) da voce grossa dopo qualche giorno caratterizzato dagli scossoni Borrelli e Cellino. Scossoni che in altri tempi avrebbero portato il presidente del Brescia ad agire d’impeto inventadosi reazioni «vendicative». Invece, nel caso dell’attaccante ha vinto la lucidità, in quello del diesse persino l’esercizio di armi diplomatiche: la volontà è stata quella di fare di tutto per trattenere Castagnini, accettando quindi implicitamente che sull’esterno sia ora chiaro che al dirigente riconosce centralità. Cellino è cambiato? Ha imparato da sbandamenti errori? È, tutto questo l’insegnamento della retrocessione? È la volontà di dimostrare di essere affidabile non solo ai bresciani, ma anche a potenziali investitori sui quali sta lavorando per attirare nuovi capitali? Resta che con Cellino, non si sa mai e che è sempre troppo presto per sbilanciarsi. Intanto però, ci godiamo un momento di pace. E speranza.
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