Hübner: «Dal Brescia m’aspettavo di più. Italia, riparti da Inzaghi»

L’ex bomber: «Play off obiettivo minimo, ora speriamo che la stagione regali la gioia della promozione. Fare l’attaccante oggi è più semplice, io giocherei in Nazionale»
Luca Chiarini

Luca Chiarini

Giornalista

Hübner con la maglia del Brescia e la fascia da capitano al braccio - Foto Reporter Facchini © www.giornaledibrescia.it
Hübner con la maglia del Brescia e la fascia da capitano al braccio - Foto Reporter Facchini © www.giornaledibrescia.it

Il fascino rustico di Dario Hübner, il bomber delle boccate di sigaretta all’intervallo o dei grappini, a volte offusca un po’ le conquiste sul campo. Calcutta, cantautore indie sulla breccia da anni, gli ha dedicato una canzone che porta il suo nome: «Me l’hanno spiegato i miei figli: parla di una persona che si accontenta di quello che ha, anziché cercare per forza cose eccezionali».

Per tutti è «tatanka», il bisonte, uno che amava i duelli e l’attacco alla profondità. Insieme a Igor Protti è l’unico centravanti italiano che sia mai riuscito a vincere il titolo di capocannoniere in serie A, B e C. È molto legato a Brescia: oggi vive a Crema, a una quarantina di chilometri. Torna spesso in città, ritrovando l’affetto dei quattro anni trascorsi qui. Conversiamo con lui nel tepore del sole di fine aprile, viaggiando tra ricordi e attualità.

Dario Hübner, ex attaccante del Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
Dario Hübner, ex attaccante del Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it

Hübner, tempi di magra per gli attaccanti in serie A: il capocannoniere, Lautaro, ha segnato appena sedici gol.

«Ma io credo influisca moltissimo il turnover».

Si spieghi.

«Capita spesso che gli attaccanti vengano preservati in campionato per la Champions, o comunque per le coppe europee. Rispetto a quando giocavo io i centravanti sono avvantaggiati: un tempo i difensori picchiavano duro, oggi se ne guardano bene, perché gli arbitri sono molto più severi».

La Nazionale intanto langue. Come si riparte dopo l’ennesimo disastro Mondiale?

«Dai settori giovanili. Faccio sempre questo esempio: quando giocavo a Brescia, in Primavera c’erano venticinque bresciani. E a Cesena venticinque cesenati. Servono più italiani nei vivai. E serve dar loro fiducia».

Un tentativo di rovesciata di Hübner contro l'Atalanta - Foto Reporter Zanardelli © www.giornaledibrescia.it
Un tentativo di rovesciata di Hübner contro l'Atalanta - Foto Reporter Zanardelli © www.giornaledibrescia.it

È d’accordo con chi sostiene che il problema riguardi anche i formatori?

«Io credo che ai bambini di oggi manchino gli oratori, le ore che noi passavamo a giocare nei cortili. Quando avevo sette anni, quelli più grandicelli mi rubavano sempre palla se non la coprivo bene. E così m’attrezzai, iniziai a mettere fuori i gomiti e a farmi valere. Noi imparavamo così».

Lei non ha mai esordito in Nazionale maggiore. Oggi vestirebbe l’azzurro?

«Direi di sì. Il livello s’è abbassato, e magari qualche presenza avrei anche potuto farla».

Pio Esposito le piace? Peraltro qui a Brescia è cresciuto, e continua a frequentarla.

«Ha doti importanti, sia a livello fisico che tecnico. Ma è giovane, lasciamolo crescere in pace. Certi discorsi li ho già sentiti su gente come Camarda o Cutrone. Questi ragazzi devono giocare, divertirsi. E soprattutto devono poter sbagliare».

Francesco Pio Esposito, talento dell'Inter e della Nazionale - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it
Francesco Pio Esposito, talento dell'Inter e della Nazionale - Foto Ansa/Matteo Bazzi © www.giornaledibrescia.it

L’Italia aspetta ancora un ct: lei su chi punterebbe?

«Serve una figura esperta e capace. Il nome che mi viene in mente è quello di Inzaghi. Oppure Ranieri, che a mio avviso avrebbe le competenze per rimettere tutto a posto».

E dal nuovo presidente della Figc cosa si aspetta?

«Una rivoluzione che guardi al passato».

In che senso?

«Occorre recuperare alcuni principi del passato, rimettere al centro i giocatori italiani. E soprattutto ritrovare l’orgoglio di vestire l’azzurro: ho visto giocatori lasciare il ritiro della Nazionale per problemi fisici irrilevanti. Quando l’Italia vinceva, si giocava anche da strappati. Ecco la differenza».

Che giudizio dà, fin qui, alla stagione del Brescia?

«Da tifoso mi aspetto sempre tanto, per cui non sono contentissimo. Il tempo per dare un altro significato a questa stagione però non manca. E quindi lasciamo lavorare in pace la squadra».

A proposito di play off, mette l’Union tra le favorite?

«Per quanto visto fin qui direi di no. Ci sono in gioco squadre attrezzate, che hanno espresso un buon gioco, piazze importanti. È un terno al lotto. In questa fase conta stare bene fisicamente e mentalmente. Il Brescia non ha nulla da perdere, e questo può essere un vantaggio».

La squadra di Corini ha un problema di concretezza. Come la vede, da professore del ruolo?

«Da ex attaccante dico che è una questione di Dna, o ce l’hai o non ce l’hai. Mi permetta però di difendere i miei colleghi: se una squadra fatica ad avere lucidità sottoporta non può essere responsabilità soltanto dei centravanti. È sempre un concorso di colpe».

Hübner al Rigamonti lo scorso ottobre: con lui Guerini, Pasini e Galli - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it
Hübner al Rigamonti lo scorso ottobre: con lui Guerini, Pasini e Galli - Foto New Reporter Comincini © www.giornaledibrescia.it

C’è anche un aspetto psicologico?

«Giocare a Brescia non è per tutti, diciamolo. La piazza è esigente, mette pressione, vuole un’altra categoria. Ci sono passato anch’io, quando giocavamo in serie B e volevamo andare in A. I giocatori devono farci l’abitudine».

Affidare la squadra a Corini è stata la scelta giusta?

«Fatico a dare giudizi, non ho visto tutte le partite. I play off erano l’obiettivo minimo e l’ha centrato. Ora spero possa arrivare qualcosa di più».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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