Ciò che si è e che si aspira a diventare, è il frutto di ciò che siamo stati e abbiamo vissuto. E così, il Brescia capolista di oggi che vuole il bersaglio domani, nasce da un passato anche di errori e di passione. Che non sono passati invano. Ecco perché non appare così fuori luogo fare di Andrea Cistana una specie di emblema: lui che è esponente di una vecchia guardia che ne ha viste tante, sia per quanto riguarda la vicende di squadra che a livello personale con due infortuni serissimi che lo hanno stoppato nel momento di ascesa e dopo aver toccato il cielo con un dito: due anni fa esatti (era l’8 di novembre), Roberto Mancini lo convocò in Nazionale.
Sembra passata una vita e adesso, soprattutto il periodo più complicato a livello umano e morale, è passato. E sono passati anche i guai per il Brescia. Di nuovo sul trampolino di lancio, trascinato (anche) dal nuovo-vecchio Andrea Cistana. Una specie di co-capitano con Dimitri Bisoli e una carta d’identità da 24enne che però sulle spalle si sente, di testa, qualche anno in più: «Non so bene come spiegarlo - ci dice Cistana - ma mi sento come se quel mio periodo difficile per gli infortuni mi avesse lasciato in eredità una forza mentale diversa. Sono uno che cerca sempre di vedere le cose in maniera positiva, anche con una caviglia e un ginocchio rotti... Mi sono sentito molto aiutato dalla mia famiglia che mi ha sempre seguito ovunque: quando dalla Primavera mi ritrovai in D mi sentivo sconfitto, ma per loro non ha mai fatto differenza, mi hanno seguito ovunque. E sono orgogliosi di averli portati a San Siro... Ho perso almeno un anno sul campo, ma ho guadagnato in altro e anche nello spogliatoio mi sento di poter essere più autorevole».




