Branco e quelle punizioni viste solo in maglia Genoa

Se due squadre si sono incontrate per la prima volta 101 anni fa (30 ottobre 1921, Genoa-Brescia 1-0), è quasi fisiologico che la lista degli ex sia lungha. Mille storie che si intrecciano, il biancazzurro che diventa rossoblù e viceversa. Ma una, in particolare, colpisce: quella di Claudio Ibrahim Vaz Leal, per tutti solo Branco. Arrivato a Brescia nel 1986 dopo il Mondiale in Messico e nel 1990 al Genoa dopo quello in Italia. Con le rondinelle ha un contratto per tre stagioni, ne fa due (una in serie A, una in serie B) collezionando 50 presenze e quattro reti.
Tre di queste nella massima serie - che non servono per ottenere la salvezza - tutte tra l’altro in pieno inverno, tra metà dicembre e metà gennaio, quando solitamente i brasiliani vanno il letargo. Segno di quell’essere sudamericano atipico già dal soprannome (Branco, ovvero «bianco»), oltre al fatto che regala un sorriso più o meno ogni eclissi di luna. Una delle caratteristiche che lo accompagnano quando arriva in città è quella del sinistro che non lascia scampo su punizione.
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Ma a Brescia nessuno se ne accorge: ne tira poche, finiscono o fuori contro la barriera. Così quando nell’estate ’88 saluta per andare al Porto nessuno ha davvero la sensazione di aver salutato un campione. Un primo dubbio però viene vedendolo giocare nelle successive due stagioni al Porto, ma soprattutto quando nel novembre del ’90 si mette la maglia del Grifone. E quel famoso sinistro inizia a disegnare traiettorie su punizione che fanno il giro del mondo, altro che Juninho o Roberto Carlos. «È perché colpisco la palla sulla valvola», dice. E nel ’93 se ne va dalla Liguria stavolta da eroe.
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