Trent’anni fa il Brescia vinceva il Torneo di Viareggio
«Che bello, trent’anni dopo la gente si ricorda ancora di me, di noi, di quello che abbiamo fatto». Adriano Cadregari lo dice con un sorriso sincero, esattamente com’è lui, che lo si veda in veste di uomo o di allenatore. Ma ciò che il Brescia fece trent’anni fa alla Coppa Carnevale, più conosciuta come Torneo di Viareggio, è un qualcosa che resterà per sempre. Per come è arrivata la vittoria, per i protagonisti di una cavalcata inattesa, e proprio per questa bellissima. E il tecnico oggi 72enne, di quelle due settimane toscane, ha immagini vivide.
Flash
«La prima cosa che mi viene in mente – racconta – è che noi a Viareggio manco dovevamo esserci. Prendemmo il posto del Milan all’ultimo secondo e lo facemmo perché era un’occasione unica: allora la Coppa Carnevale metteva di fronte le migliori espressioni del calcio nazionale e internazionale giovanile». Cadregari ci arriva con una squadra giovanissima, età media 18 anni, ma sa di avere in mano una fuoriserie. Alcuni nomi? Pirlo, Diana, Forlani, Bono, Baronio, Tagliani, Bonazzoli, Campolonghi. «Alcune volte ci penso – ammette Cadregari – e mi dico: chissà, forse senza quel torneo vinto, quella vetrina, avremmo avuto tutti una carriera diversa. E invece fu un Viareggio divertente e vincente, un trampolino di lancio».
Non senza difficoltà. «Albergo a due stelle, anzi come dicevo io a una stella e mezza perché essendo rotta non si accendeva del tutto. E non andavano i caloriferi, a febbraio, nel senso che ammessi all’ultimo minuto trovammo ciò che era disponibile e l’hotel non si aspettava di aprire per ospitarci. Ma tutto questo cementò il gruppo, compresi gli allenamenti giornalieri in pineta. La sera i ragazzi passeggiavano in centro, vedevano quelli del Milan, dell’Inter e della Juventus rientrare in alberghi bellissimi. Nacque un senso di rivincita che fu benzina».
Gruppo, amicizia, leggerezza: un mix incredibile. «Eravamo tranquilli, anche nelle piccole cose: in albergo girava un gatto nero, al posto di demonizzarlo divenne la nostra mascotte. Prima dei match era un rito accarezzarlo, litigai coi ragazzi che volevano portarlo in pullman».
Cammino
Vittoria all’esordio coi Pumas, sconfitta con l’Atalanta, la partita col Napoli è subito da dentro o fuori. «La decide una punizione di Tagliani – si illumina Cadregari – bravissimno. E andiamo agli ottavi con la Juve. Lì c’è la prima svolta, perché da sfavoriti vinciamo 4-2, meritatamente, tutti ci fanno i complimenti. Capiamo un po’ della nostra forza, che al di là dei singoli arriva da un gruppo unito, che mette davanti il "noi" all’"io". E di questo vado ancora oggi fiero».
Ancora l’Atalanta ai quarti, la rivincita è servita da Campolonghi in prestito dalla prima squadra, decisivo nei supplementari. Cesena spazzato via nella semifinale, ultimo atto col Parma di Buffon. «Partita dominata, al di là del 3-1 ed è un peccato che loro siano rimasti in nove, perché avremmo vinto anche ad armi pari. E poi il gol di Baronio da 40 metri a Gigi... Che spettacolo».
Ricordi
Cadregari sforna pensieri e aneddoti, il motivo è semplice. «Sa cosa ricordo della mia carriera? I tre anni in cui ho allenato all’oratorio di casa mia e quel Viareggio, non le stagioni tra i professionisti. D’altronde mi sono sempre divertito di più ad allenare i ragazzi, a insegnare calcio».
E quei ragazzi erano fenomenali... «Un Brescia incredibile, tanto che loro ancora oggi danno merito a me, ma qualsiasi allenatore con loro avrebbe vinto. Quando mi dicono "mister, lei è quello che ha allenato Pirlo" rispondo sempre: "no, è lui che ha allenato me", perché è così». Squadra fenomenale, dirigenti fenomenali. Uno su tutti Franco Foriani. « Il nostro capo nella sua straordinaria capacità nel relazionarsi coi ragazzi, nella sua finta rigidità, nella sua straordinaria capacità di educare. Un papà unico».
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