«Volevo essere Robin», a Verolanuova Pippo Ricci con la sua autobiografia
In un mondo in cui tutti vogliono essere eroi, c’è ancora chi sceglie di essere Robin. L’alleato fedele, quello che agisce lontano dai riflettori ma la cui presenza è decisiva per far brillare gli altri. È da qui che nasce «Volevo essere Robin», la prima autobiografia di Giampaolo Ricci, per tutti Pippo, capitano dell’Olimpia Milano e punto fermo della Nazionale italiana di basket.
Il libro è stato presentato questa sera all’Auditorium di Verolanuova, durante un incontro organizzato dal Lions Club Bassa Bresciana. Circa 400 le persone presenti. A guidare il dialogo la direttrice del Giornale di Brescia, Nunzia Vallini, affiancata nella prima parte dell'intervista dal mentalista della zona Christopher Castellini. Poco prima dell’evento, Ricci ha incontrato anche i piccoli giocatori della Verolese, nella palestra adiacente all’Auditorium.

Poi, sul palco, si è raccontato senza filtri, ripercorrendo il suo cammino umano e sportivo, dal parquet dei palazzetti più importanti d’Italia ed Europa, fino alla laurea in matematica e all’impegno sociale con la fondazione Armani Education, che sostiene l’istruzione dei bambini in Tanzania. «Fino ai 10 anni non sognavo di giocare in Serie A. Non la guardavo nemmeno, forse solo la Nazionale. Il sogno si è costruito passo dopo passo, quando ho iniziato a capire che forse ce la potevo fare davvero. Da bambino ero cicciottello, facevo più fatica degli altri. Avevo poca autostima. Mio fratello era il più bello e il più simpatico, io quello che faceva ridere. A 16 anni qualcuno mi ha fatto capire che potevo farcela: lì si è acceso qualcosa. Per la prima volta ero io quello che spiccava e ho deciso di salire su quel treno mettendoci tutto me stesso».
Il sogno
Nel libro trovano spazio anche i sacrifici, tanti, e Ricci affida un messaggio diretto ai giovani, e non solo. «Fate una lista di dieci priorità, sceglietene tre. Se volete eccellere in quelle tre, le altre sette vanno accantonate. Io ho rinunciato a ragazze, amici, alle uscite serali. Per me c’erano solo lo sport, la scuola allo stesso livello e la famiglia. Quel sogno l’ho coltivato rinunciando a tutto il resto». Pochi sanno che Ricci, da ragazzo, ha giocato anche a calcio, un’esperienza chiusa presto. «Vivevo lo spogliatoio con l’ansia. Venivo deriso per il mio fisico e perché ero meno bravo degli altri. Tornare al basket è stato quasi un rifugio. È stata la scelta giusta e non l’ho più lasciato».
Tema centrale anche il rapporto con il proprio corpo. «Ho sempre cercato di risolvere da solo il problema del peso. Saltavo i pasti, cenavo in camera con delle proteine mentre i compagni erano in mensa pensando fosse la strada giusta. Sono diventato uomo quando ho capito che dovevo chiedere aiuto. Ho parlato con una nutrizionista e ho iniziato a cambiare. Chiedere aiuto richiede coraggio, ma aiuta davvero. Non tenetevi tutto dentro: parlatene con i genitori, con un amico, con un professionista».

Essere Robin, per Pippo, significa anche agire concretamente per gli altri. «Due giorni fa è partita la terza classe in Tanzania: 70 ragazzi su 167 totali che sognano un futuro diverso. Vivono la scuola. Ogni estate torno lì e la loro energia mi emoziona». In chiusura, una battuta sulla Pallacanestro Brescia. Alla domanda se ci sia mai stato qualcosa, Ricci sorride: «Le nostre strade si sono spesso avvicinate, ma mai abbastanza da incrociarsi davvero».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@Sport
Calcio, basket, pallavolo, rugby, pallanuoto e tanto altro... Storie di sport, di sfide, di tifo. Biancoblù e non solo.




