C’è una lettera che spiega molto. È quella che scrive la mamma di un ex allievo a Renato Vavassori. Gli fa sapere che il figlio non ha ottenuto le soddisfazioni che sognava nel tennis, però grazie alla cultura del lavoro inculcatagli dal maestro è diventato campione nella vita, si è laureato in marketing negli Stati Uniti e gira il mondo grazie alla sua professione.
Sono queste le soddisfazioni di cui può andare più fiero il fondatore dell’accademia che nei mesi scorsi ha raggiunto il traguardo dei 30 anni di attività, dopo l’inaugurazione a Cividino (Bergamo) nel 1992 e il successivo spostamento in pianta stabile nella sede attuale di Palazzolo in piazzale Kennedy. Pur avendo lanciato dal vivaio alla Coppa Davis l’azzurro Simone Bolelli e accolto nella sua struttura campioni come Paolo Canè, Francesca Schiavone e tantissimi altri giocatori di livello, ciò che sta più a cuore a Vavassori è la crescita personale dei ragazzi, dei quali si prende cura secondo un principio che gli viene dalla formazione cristiana: ognuno ha un talento, ed è un dovere coltivarlo. Se questo dono è il tennis, va onorato fino in fondo. «È la prima cosa che diciamo al ragazzo che chiede di essere avviato al professionismo - spiega -. Mamma e papà hanno solo l’obbligo di garantirgli sostentamento, una casa dove vivere e l’educazione scolastica. La possibilità che i genitori gli offrono di praticare il tennis è un privilegio che va meritato col massimo impegno».



