L’affetto della famiglia e degli amici, una scappata in incognito al Colnago Cycling Festival per applaudire il fratello Tomas, l’appuntamento dal barbiere con il piccolo Tomaso. La vita di Sonny Colbrelli scorre sì in maniera diversa rispetto a come se la immaginava soltanto un mese fa, ma scorre. Quella del Sonny Colbrelli sportivo invece è ancora tutta da immaginare ed eventualmente da scrivere, dovendo convivere da una decina di giorni con un defibrillatore sottocutaneo, mentre quanto accaduto dopo la prima tappa del Giro di Catalogna del 22 marzo scorso, con il malore accusato al termine della prima tappa, è ancora tutto da analizzare.
Convivere con il defibrillatore
Cosa significhi però convivere col defibrillatore e quali differenze vi siano quando viene impiantato in un atleta professionista lo spiega il professor Antonio Curnis, primario del servizio di Elettrofisiologia ed Elettrostimolazione agli Spedali Civili di Brescia. «Quando un paziente accusa un arresto cardiaco generalmente gli viene impiantato un defibrillatore che può essere o endocavitario, con fili che entrano direttamente nel cuore, oppure sottocutaneo, con il catetere sopra lo sterno e l’apparecchio solitamente inserito sotto l’ascella sinistra. Per una persona che conduce una vita normale, averlo non rappresenta un grande problema; ben diverso invece il discorso per un atleta professionista. Una cosa però deve essere chiara: il defibrillatore per determinati pazienti rappresenta un vero e proprio salvavita, perché non esiste un farmaco che possa prevenire la morte cardiaca improvvisa, mentre quello ha la capacità di riconoscere l’aritmia e di conseguenza di interromperla».




