Quella volata parsa infinita, un anno fa, nel velodromo Andrè Petrieux di Roubaix, Sonny Colbrelli se la ricorderà per sempre, come ce la ricorderemo tutti noi accompagnandolo con l’urlo di gioia per un risultato tanto inatteso quanto meritato, a coronamento di una carriera da vero campione.
E poco importa se quel giorno abbiamo dovuto rifare il giornale per raccontare la sua leggendaria vittoria, terzo corridore bresciano nella storia del ciclismo ad aggiudicarsi una classica Monumento, la più iconica ed estrema di tutte. Aggiungiamo che, causa gli sconvolgimenti del calendario per la pandemia, la corsa ribattezzata non per caso «L’inferno del Nord» si è disputata in un clima d’altri tempi con il fango a rendere soldati d’argilla i ciclisti, novelli eroi del pedale. E il pianto liberatorio di Colbrelli al termine dell’impresa, sdraiato sul prato del velodromo, con le lacrime a solcare un viso reso di creta, come una maschera ellenistica della tragedia greca, ha fatto il giro del mondo e reso popolare anche oltre confine il corridore nato e cresciuto in Valsabbia, in quella Casto resa famosa dalle sue antiche fucine, forgiato alla fatica e al sacrificio che fan parte del dna delle genti di montagna, temprato dal lavoro in fabbrica e arrivato al grande successo forse un po’ tardi.




