La storia è questa: immaginate di avere una laurea e di avere l’obiettivo e il sogno dell’insegnamento. Immaginate anche di aspettare per anni il concorso per riuscire ad archiviare il precariato dopo una miriade di supplenze a chiamata. Del resto, ogni settembre che si rispetti, ogni plesso è alle prese con lo stesso mosaico a incastro: i docenti mancano. Il concorso arriva. Ma nemmeno il tempo di pensare «ci siamo, finalmente» che subito s’infila un problema mica da poco: nella matrioska di leggi che cambiano al ritmo delle mode stagionali, per partecipare al concorso-miraggio la laurea non basta più. No: serve un’ulteriore abilitazione. Coraggio a due mani, confronto sindacale e si condivide che «no, non è davvero corretto tutto questo». Quindi si prende in mano la situazione e si deposita un ricorso collettivo, che «si sa, l’unione fa la forza e qualcuno dovrà pure ascoltarci».
Così, infatti, avviene: quasi non ci si crede, ma stavolta è vero, al concorso si può accedere. Certo, non è ancora finita: i test bisogna superarli, ovviamente. Immaginate di averli anche superati tutti. Di più: di avere superato l’anno di prova a scuola. Adesso avete raggiunto la meta da festeggiare: siete di ruolo, avete le vostre classi, tirate l’agognato sospiro di sollievo, affrontate l’esperimento della Dad durante i mesi bui della pandemia. Passano cinque anni. E all’improvviso arriva una lettera che vi catapulta di nuovo a quel 2017: c’è scritto che no, il giudice ha deciso che quel famoso ricorso lo avete perso. Che nell’arco di 120 giorni la sentenza dev’essere eseguita. Che, in sostanza, nell’arco di quattro mesi potreste perdere tutto ed essere licenziati. Immaginate l’incubo, la mortificazione, la paura di essere tornati di colpo nel limbo, di dovervi rivedere precari come se i vostri ultimi anni professionali fossero stati semplicemente cancellati. Ecco: è esattamente così che si sentono gli oltre mille docenti di ruolo che entro Natale rischiano di non poter più salire in cattedra da titolari.




