Dsa, la rivincita di Sara Scattoli: da studentessa a maestra

Francesca Marmaglio
La storia della bresciana racconta bene il percorso e le difficoltà che le persone possono incontrare durante il percorso di studi
La bresciana si è raccontata nell’incontro, organizzato dalla sezione di Brescia dell'Associazione Italiana Dislessia -  © www.giornaledibrescia.it
La bresciana si è raccontata nell’incontro, organizzato dalla sezione di Brescia dell'Associazione Italiana Dislessia - © www.giornaledibrescia.it
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Negli anni 2000 dire «dsa» era come attraversare un tunnel buio. In pochissimi sapevano cosa fossero i disturbi specifici dell’apprendimento: dislessica, discalculia e disortogrfica, disturbi neurobiologici che influenzano rispettivamente la lettura, il calcolo e la scrittura a mano, spesso accompagnati dalla disortografia.
La storia di Sara Scattoli racconta bene il percorso e le difficoltà che, a quel tempo ma spesso anche ora, le persone con dsa devono affrontare. La bresciana si è raccontata nell’incontro, organizzato dalla sezione di Brescia dell'Associazione Italiana Dislessia, «La dislessia quotidiana: la storia di Sara, insegnante e adulta con DSA».

Le sue parole

«Ho scoperto di avere queste difficoltà alle elementari, al secondo anno e sono stata fortunata perché da una parte la famiglia e dall’altra le insegnanti hanno cercato di aiutarmi subito – racconta Scattoli - . Abbiamo imparato insieme cosa significava essere una studentessa dsa e sempre insieme abbiamo cercato gli strumenti per aiutarmi nell’apprendimento».
Un impatto molto positivo per Sara che però quando arriva alle scuole superiori comincia a ricredersi: «Con il passaggio alle scuole medie sono iniziate le difficoltà alla dislessia si sono aggiunti anche i problemi di comunicazione con i professori – spiega Scattoli - : faticavo a far capire perché avevo bisogno di certi strumenti. In particolare al liceo sono stati anni molto complicati, non mi sentivo capita né accettata, mi contestavano gli strumenti che dovevo utilizzare come la sintesi vocale, la tavola pitagorica e gli schemi, non mi concedevano il tempo in più per le verifiche. Così con il passare degli anni il mio obiettivo era solo finire e allontanarmi da quell’ambiente».

Il sogno di diventare maestra

Sara, che come sogno aveva fare la maestra, dopo la maturità si prende un anno sabbatico: «Ho finito e non volevo più vederla la scuola – dice la bresciana - , poi però il desiderio di aiutare quei bambini con le stesse mie difficoltà ho deciso di iscrivermi all’università e ora sono maestra in una primaria in città».

«Volevo aiutare bimbi dsa a non vivere quello che ho vissuto io. Ho pensato ai lavori. Ho capito però che sarei stata più utile in classe. Ho fatto scienze formazione primaria in Cattolica». 
Ora che le cose le può vivere dall’interno, cerca di fare il possibile per sensibilizzare sull’argomento: «Ho appena iniziato, ma ho detto subito ai miei colleghi del mio percorso – racconta Scattoli – e loro, quando hanno notato delle difficoltà in qualche alunno, mi hanno chiesto consigli. Questo mi ha fatto capire di aver fatto la scelta giusta: gli insegnanti sono i primi a poter notare i problemi, poi hanno un ruolo importantissimo anche neuropsichiatri e logopedisti».
In questi anni molte cose sono cambiate, quindi, ma molte ancora devono migliorare: «C’è più consapevolezza, la sigla dsa non è più sconosciuta – conclude l’insegnante - , ma serve più formazione mirata e più empatia: certi atteggiamenti su di me non hanno inciso perché ho avuto la famiglia accanto e il disturbo mi è stato diagnosticato presto, ma non sempre è così. Il rischio è creare adulti con bassa autostima, insicuri e con la paura di non farcela».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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