La plastica invade i mari, e la natura si adatta. Che questo materiale abbia una scarsa biodegradabilità, mettendo a dura prova l’equilibrio degli ambienti naturali, è ben noto. Meno conosciuto, invece, era - almeno fino a poco tempo fa - la capacità di alcuni microorganismi di colonizzare un substrato come questo, del tutto artificiale, trasformandolo in un vero e proprio habitat.
Un team di studiosi americani del Woods Hole Oceanographic Institution (Whoi) ha recentemente pubblicato uno studio sulla plastisfera (così hanno soprannominato questo nuovo ecosistema marino) composta da comunità batteriche in grado di colonizzare e prosperare sui frammenti di plastica più piccoli, che inquinano gli oceani.
Ogni anno l’attività umana produce una gran quantità di rifiuti e parte di questa viene riversata in mare. Il pattume negli anni, grazie a giochi di correnti, ha creato degli immensi ammassi. Un fenomeno, noto sotto il nome di Garbage Patch (chiazza di rifiuti), in continua e preoccupante espansione, che ha provocato la formazione di almeno cinque enormi isole galleggianti dai contorni incerti e mutevoli. Immense banchise di immondizia si trovano nell’Oceano Indiano, nell’Atlantico e nel Pacifico. La Great Pacific Garbage Patch, localizzata nel Pacifico centrale, è la chiazza di rifiuti marini più grande. Anche se la letteratura scientifica non è concorde sulle dimensioni precise del fenomeno, e si stima che misuri tra i 700mila e i 15 milioni di chilometri quadrati, per una quantità totale di rifiuti che supera i 3 milioni di tonnellate di rifiuti, in prevalenza di plastica. Come è immaginabile, una realtà per nulla salutare per l’ambiente e gli animali acquatici. Ma le grandi isole di spazzatura sono la punta di un iceberg di un fenomeno evidente di minaccia all’uomo.
Maria Cristina Ricossa



