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Sala Libretti

L'INTERVISTA

Una dea di ghiaccio vendicatrice dietro «Il cartomante»


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2 lug 2019, 18:45
La scrittrice di romanzi crime Irma Cantoni - Foto Marino Colato

La scrittrice di romanzi crime Irma Cantoni - Foto Marino Colato

Quando un libro è bello, è bello. E quando un libro è bello e ha un sequel, la gioia del lettore aumenta. Meglio ancora quando esiste un prequel, o quando i protagonisti divengono parte di una saga. Come quella del commissario Vittoria Troisi, personaggio uscito dalla penna della bresciana Irma Cantoni, conosciuto dal pubblico grazie a «Il Bosco di Mila» e a «I segreti di Palazzo Moresco», che torna ora in un prequel (sarà presentato il 3 luglio in Sala Libretti al GdB in via Solferino in città: per partecipare basta prenotarsi via mail all'indirizzo salalibretti@giornaledibrescia.it o telefonando allo 030.3790212).

«Il cartomante» (acquistabile abbinato al nostro Giornale dal 4 luglio) è il primo capitolo delle avventure bresciane di Vittoria Troisi. Parla dell’assassinio di un burbero sensitivo, ma anche di umanità e di difetti, e a raccontarcelo è la stessa scrittrice.

Irma: questo è il primo romanzo nel quale fece comparsa Vittoria Troisi. Come nacquero libro e personaggio?
Quando lo scrissi vivevo ancora a Roma. I miei amici mi tiravano bonariamente in giro perché ero bresciana, e mi è venuta l’idea di creare un personaggio romano che veniva catapultato a Brescia. Questo il motivo scatenante. Ma è stato anche un gesto d’amore verso Roma, che mi ha accolto benissimo, e verso Brescia. Le mie radici sono qui. Per quanto riguarda Vittoria, è una donna sola, piena di amarezza, che non mi rappresenta. È molto determinata, è una dea di ghiaccio vendicatrice. Ho voluto raffigurarla non propriamente bella, ma emana un fascino oscuro, inquietante. I lettori mi chiedono sempre: sei tu? Ma no, non sono per niente io. Qui sta anche la difficoltà della scrittura.

In effetti i personaggi non risparmiano oscurità e difetti. È difficile scavare nel buio degli esseri umani?
Questo è il mistero della scrittura! Non so come dare una risposta. Né da lettrice né da scrittrice. Non so da dove nascono i personaggi. Una persona vive la sua vita, le sue relazioni, corpo a corpo, intravede persone, e poi tutto viene messo insieme e scaturiscono questi personaggi. Penso che sia un processo di vita: osservi, ascolti, capti, e come riunisci il tutto avviene questo. A volte faccio sogni incredibili, a volte rimangono sensazioni, e anche da questo scaturiscono personaggi e situazioni.

Si dice peraltro che gli scrittori debbano scrivere di ciò che conoscono. C’è qualche riferimento alla sua vita?
Nessuno. Credo tuttavia che le emozioni perturbatrici facciano parte di ognuno. Sono universali. Per capirci: anche se non sono avida posso riconoscere l’avidità del cartomante o la determinazione di Vittoria o l’irrequietezza dei ragazzini, anche se non ho avuto le stesse esperienze di vita. Scrivere è un riconoscimento delle emozioni. Io nella mia vita ho vissuto cose completamente diverse.

Quanto contano i luoghi ne «Il Cartomante»? Sono in qualche modo riflesso dei personaggi che li abitano?
Se per i personaggi si tratta di riconoscere emozioni universali, per i luoghi personalmente scrivo solo di posti che conosco. Brescia è nel mio vissuto, ne capto gli umori, così come Roma, so com’è la città e come sono i romani. In altri libri parlo di altri luoghi, e in tutti ci ho vissuto o viaggiato. So che c’è chi scrive di luoghi sconosciuti, io non riesco. Qui Brescia è protagonista. Ci sono tratti alla Caravaggio su Roma, ma Brescia è centrale, con le vie, le piazze, le statue... Tra il Nord e Roma (che non è il Sud) c’è molta differenze di energie.

Posso chiederle quali sono i suoi riferimenti letterari crime?
Non sono moltissime le donne italiane che hanno conosciuto il successo in questo genere... In effetti di italiane ce ne sono poche, se non nessuna. Io adoro Antonio Manzini, Andrea Vitali, Giorgio Scebarnenco, Alicia Giménez Bartlett... Ma leggo di tutto, non solo gialli. Una settimana fa in Salento mi sono ritrovata tra le mani un libro stranissimo del ’74, «Dottor Frigo», su un colpo di Stato a Guadalupe. Mi ha ammaliato. Il thriller negli anni Cinquanta era il «giallo». Poi, poco alla volta, in Italia e nel Nord Europa è diventato romanzo sociale, nel quale non c’è solo l’indagine, ma un affresco sociale, un racconto iper-realistico nel quale i colpevoli non sempre finiscono in carcere. Pensiamo a «L’addio» di Antonio Moresco: arriva alla visionarietà. Ecco l’apice.

Ora siamo a quota tre capitoli sulle vicende bresciane del commissario Troisi. Ha in serbo altri romanzi su di lei o sta lavorando a qualcosa di nuovo?
Sto lavorando a un ulteriore libro sempre con Vittoria Troisi. Ci sarà la Valle Camonica. «Il cartomante» è un prequel: in questo libro per la prima volta si scopre, nelle ultime pagine, una connessione tra Vittoria Troisi e Victor, che è entità ultraterrena. Questo aspetto, già molto presente in questo libro, si svilupperà sempre di più. Anche perché oltre a Roma e Brescia protagonista è la morte, ed è evidente già da questo prequel.

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