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L'INCONTRO

In Cattolica la guerra in Ucraina raccontata dagli inviati Stefania Battistini e Fausto Biloslavo


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17 nov 2022, 19:33
IL GIORNALISMO E LA GUERRA

«Ma state vincendo?». «È una questione di testa, di cuore». Trincea. A pochi chilometri da Kherson la giornalista Stefania Battistini, inviata del Tg1 in Ucraina, pone questa domanda a un soldato dell’esercito di Zelensky. Un ragazzo che, fino a poco più di nove mesi fa, faceva il meccanico. 

In un’aula gremita, i ragazzi del Corso di giornalismo del Dams dell’Università Cattolica di Brescia ascoltano le testimonianze di Battistini e del collega Fausto Biloslavo, corrispondente per Tgcom24, Il Giornale e Panorama e da anni inviato di guerra. A moderare l’incontro c’è Gerolamo Fazzini, professore di Media e Informazione al Dams, oltre che editorialista e scrittore. 

Parlare di Ucraina, a quasi nove mesi dall’invasione russa, è ancora fondamentale per mantenere sempre alta l’attenzione, anche alla luce dei fatti di pochi giorni fa con i resti del missile precipitati in territorio polacco, uccidendo due persone e facendo alzare la tensione in seno ai Paesi Nato. La paura che la guerra si potesse allargare ai confini dell’Alleanza atlantica è stata tangibile.

Stefania Battistini, inviata del Tg1

I social come strumento di guerra

Sia Battistini che Biloslavo sono arrivati in Ucraina dieci giorni prima di quel 24 febbraio che ha visto l’invasione delle forze di Mosca del suolo ucraino. «È il primo conflitto convenzionale nel cuore dell’Europa di questo secolo. Mi sono diretto in Donbass e, anche dopo 40 anni che faccio il reporter di guerra, vedere degli europei come noi che da un giorno all’altro venivano travolti da un’invasione, è stato spaventoso» racconta Biloslavo. L’esperienza in Donbass è iniziata subito con l’annuncio dell’arrivo imminente dei russi, «arriveranno tra dieci ore», ore che in realtà sono diventate sei mesi, quelli necessari all’esercito di Putin per prendere Severodonetsk.

La guerra in Ucraina ha aggiunto difficoltà a un mestiere già complesso come quello del reporter di guerra: con l’uso diffuso dei social media, le guerre che si sono sviluppate sono due, una sul campo e una parallela. Un conflitto fatto di propaganda e controinformazione che circola sui social network, anche se da una parte anche in Ucraina, come durante la Primavera araba, questi strumenti si sono rivelati utili per dar vita a quello che viene chiamato citizen journalism. Un giornalismo fatto di racconti e voci dei cittadini comuni che, attraverso le loro piattaforme social, documentano e arricchiscono la narrazione quotidiana del conflitto. «Per questo ho deciso di raccontare quello che vedo sul campo e non quello che corre sui social media», aggiunge Biloslavo.

Fausto Biloslavo, reporter di guerra

Come specifica Battistini: «I canali Telegram in guerra sono indicatori di luoghi e sono senza dubbio strumenti di lavoro utili ma vanno verificati con gli strumenti antichi del giornalismo: andando sul campo». Sul verificare le informazioni, la reporter del Tg1 fornisce un esempio ai ragazzi che sognano di intraprendere questo mestiere un giorno: «Quando sono arrivata a Bucha, dopo la devastazione e l’orrore che tutto il mondo ha conosciuto, si diffondevano i casi di violenze sessuali perpetrati ai danni di donne e anziani da parte dei russi; anche la Procuratrice generale ne era certa, ma finché non ho trovato tre donne che mi hanno raccontato la loro storia io non potevo credere soltanto alle voci che circolavano, ne andava della mia credibilità».

Il ruolo dei fixer

Fare giornalismo sui fronti di guerra significa trovare un fixer che sappia guidarti nel Paese che devi poi andare a documentare. Una persona del luogo che, oltre a tradurre, aiuta il cronista a muoversi sul territorio e «riesce ad interpretare anche il non detto degli intervistati», aggiunge Biloslavo.

Ma, come racconta Battistini, trovare un fixer fidato e affidabile non è facile: la reporter ha raccontato dell’agguato subìto a Kiev quando dei militari ucraini hanno fatto irruzione nella sua stanza di albergo durante una diretta con «Unomattina» puntando armi da fuoco alla testa dei suoi collaboratori. Un momento di paura che parte da lontano, da quando il fixer a cui si era rivolta e con cui aveva avuto delle discussioni, secondo la ricostruzione della giornalista, l’avrebbe poi messa in cattiva luce con le autorità locali.

Il fattore emotivo

Cosa comporta raccontare una guerra a livello umano? È stata questa una delle principali curiosità che gli studenti hanno voluto approfondire alla fine dell’incontro ai due reporter. Perché per raccontare gli orrori di una guerra bisogna prima averli visti con i propri occhi sul campo. «Bisogna conoscersi e conoscere quello che è il proprio punto di rottura, il senso di equilibrio va ricercato dentro di noi», racconta Battistini. Per Biloslavo, invece, ogni reportage porta con sé la consapevolezza del rischio che si corre e, solo quando vede il golfo di Trieste dal finestrino del treno e ripensa agli orrori di cui si è circondato in guerra, capisce che è la famiglia quello che lo tiene ancora sano.

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