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Tumori, Brescia in controtendenza: tasso di incidenza in crescita


Salute e benessere
Medicina
9 ott 2019, 19:31
Una veduta panoramica di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

Una veduta panoramica di Brescia - Foto New Reporter Favretto © www.giornaledibrescia.it

In controtendenza rispetto alle stime nazionali, che parlano di duemila diagnosi di tumore in meno, la nostra provincia conferma il poco invidiabile primato di avere un tasso di incidenza (un caso ogni centomila abitanti) nettamente più elevato rispetto alla media nazionale e tra i più alti a livello regionale.

In base a stime dell’Ats di Brescia, nella nostra provincia ci sono circa 63mila persone con patologia tumorale. Cinque su cento. Di queste, l’1,9% è assistito con neoplasia attiva; un altro 1,9% ha superato la fase acuta ed è monitorato con controllo periodici e l’1,4% della popolazione generale è assistito con la patologia in remissione (assenza di segni che indicano che il tumore è ancora presente). Rientrano in questo quadro anche le nuove diagnosi che, sempre in base a dati Ats, sono circa 7500 l’anno e non comprensive dei tumori della cute, quali i melanomi, anch’essi in crescita in parte grazie ai nuovi strumenti tecnologici che permettono una diagnosi precoce e, dunque, un aumento delle probabilità di guarigione.

Dati che spaventano, ma che non possono essere letti senza tener conto di due fattori fondamentali quando si parla della realtà dei tumori. Da una parte, il costante invecchiamento della popolazione - nel Bresciano l’aspettativa di vita è superiore di un paio d’anni rispetto ad alcune altre regioni del Paese - e del sesso, poiché l’incidenza aumenta con l’età in modo differente tra maschi e femmine.

Dall’altra, i miglioramenti in termini di diagnosi e di cura, dal momento che oggi oltre la metà delle persone con tumore maligno non muoiono a causa del tumore. Sono di più ma si vive di più. «Quando mi chiedono se il tumore è una patologia mortale, non posso che rispondere di sì. Poi, però, bisogna fare dei distinguo ed un ragionamento - afferma l’oncologo Vittorio Ferrari -: oggi, se si escludono alcune forme specifiche, l’intervallo tra la diagnosi e il decesso è lunghissimo. Insomma, si muore con il tumore e non per il tumore. È cambiata la sensibilità della popolazione, per cui maggiori sono i controlli ed è possibile in molti casi diagnosticare la malattia allo stadio iniziale aumentando la possibilità di cura. Sono cambiate anche le strategie terapeutiche: posso serenamente affermare che se si sommano diagnosi precoce e farmaci innovativi, tra cui l’immunoterapia, gli anni guadagnati mediamente dalla diagnosi sono undici, tre per merito della prima e otto grazie alle terapie. Se si arriva tardi, quando il tumore è già avanti, in media si vive comunque ancora otto anni dopo la diagnosi quando fino a pochi anni fa al massimo gli anni erano due».

 

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