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Alzheimer, come funziona il farmaco della svolta


Salute e benessere
Medicina
11 giu 2021, 10:47
L’accumulo della proteina beta-amiloide nel cervello dei malati di Alzheimer

L’accumulo della proteina beta-amiloide nel cervello dei malati di Alzheimer

Il via libera negli Stati Uniti al primo farmaco che rallenta il decorso della malattia di Alzheimer quando è ancora in forma molto lieve, è stato accolto con un sollievo difficile da descrivere per chi, da una vita, cura le persone con Alzheimer e, da una vita, sa di avere le armi sostanzialmente spuntate. L’attesa di novità è durata vent’anni. Ora è terminata e, anche se con cautela, rappresenta comunque una svolta perché quello approvato è il primo farmaco che agisce sul corso della malattia e non si limita ad aggredirne i sintomi.

«È una svolta storica ed epocale per tutti» la reazione di Orazio Zanetti, direttore dell’Unità Alzheimer - Centro per la Memoria dell’Irccs (Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) Fatebenefratelli di Brescia. Soddisfazione. «Siamo felici come comunità scientifica e per i pazienti - racconta -. Dopo vent’anni di buio, frustazioni, amarezze e fallimenti, l’ente governativo statunitense ha approvato l’uso di un farmaco che ripulisce il cervello dall’accumulo di beta-amiloide, la proteina principale responsabile dell’Alzheimer. Si tratta di un anticorpo innovativo che agisce da spazzino sulle placche che si formano negli spazi tra le cellule nervose del cervello. In pratica aggredisce i frammenti di amiloide e li scioglie. Gli studi hanno dimostrato che migliora il decorso sia cognitivo sia di autonomia funzionale delle persone agli esordi della malattia».

Non è per tutti. Il primo farmaco che aiuterà i malati, ma non tutti. «Serve per persone con disturbi cognitivi molto lievi e che rappresentano un campanello d’allarme verso un futuro segnato dalla malattia - continua Zanetti -. Le persone candidate devono essere selezionate molto accuratamente ed essere sottoposte ad una serie di esami per capire se effettivamente sono segnali di Alzheimer».

La diagnosi in fase precoce si avvale dell’uso di biomarcatori liquorali (affidabili in persone che hanno un’età compresa tra i 55 e i 70 anni, poi più) e di immagini ottenute attraverso la Pet per l’amiloide. «L’amiloide si accumula nel cervello venticinque anni prima della malattia conclamata - spiega Zanetti -. Per circa vent’anni la persona non ha alcun sintomo. Poi iniziano, ma per circa cinque anni sono lievi e non compromettono le funzioni (ad esempio, parlare o camminare, dnr). Questo è il periodo in cui è possibile iniziare la terapia con il nuovo farmaco, sempre a patto che nel paziente sia stata accertata la presenza della proteina beta-amiloide».

Nel Bresciano le persone con demenza sono circa 14mila, ottomila delle quali con la malattia di Alzheimer. Di queste, le attuali candidate alla terapia, quando sarà approvata anche in Europa e in Italia (si stima entro fine anno) sono circa 1.500 delle 2.800 che hanno sviluppato la forma lieve della patologia e sono quelle in cui è presente la beta-amiloide.

«Il nuovo farmaco avrà un impatto enorme sui servizi di diagnosi che verranno comprensibilmente presi d’assalto da persone che vogliono avere la diagnosi. Al di là delle tecnologie, la gestione dei biomarcatori a Brescia si effettua all’Irccs Fatebenefratelli e alla Neurologia del Civile diretta dal professor Padovani dove da anni si effettuano studi clinici sull’Alzheimer - conclude il dottor Zanetti -. Oggi vediamo i pazienti in ambulatorio mediamente ogni sei mesi, anche perché quando la malattia diventa conclamata il danno è fatto ed è impossibile rallentarne il decorso.

La nuova terapia con anticorpo monoclonale consiste in una endovenosa mensile che deve essere fatta in Centri specializzati. Poi, ogni due mesi si dovrà fare una risonanza magnetica per verificare eventuali effetti collaterali. Sarà uno tsunami, ma permetterà di diagnosticare la malattia in fase molto lieve ed incidere sul decorso».

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