«Per gli Usa l’Europa è un problema, la Germania non può guidare l’Ue»

In trent’anni ha portato il tema della geopolitica al centro del dibattito pubblico italiano. Lucio Caracciolo, direttore della rivista Limes, domani sarà a Brescia, invitato dall’associazione Odradek XXI, per una lezione alle 16.30 all’auditorium San Barnaba.
Prof. Caracciolo, sarà a Brescia mentre è appena uscito il nuovo numero di Limes, intitolato «America contro Europa». Davvero con il ritorno di Trump è cambiato il rapporto storico tra Stati Uniti ed Europa?
Sì, drasticamente. Trump ha messo in luce fenomeni già presenti, ma finora sotto traccia. La guerra dei dazi ha provocato soprattutto una crisi di fiducia tra Europa e America, mettendo noi europei, alleati storici, al centro di una guerra economica che in realtà mira soprattutto alla Cina. Inoltre gli americani ormai ci considerano scrocconi, Paesi che hanno goduto gratuitamente della protezione Usa per investire risorse nel welfare. Non ci vedono più come una risorsa, ma come un problema. Gli americani sul piano della sicurezza non temono più la Russia e ora la priorità di Washington è quella di spezzare l’intesa precaria e quasi involontaria tra Mosca e Pechino.
Trump ha mostrato una certa affinità con leader come Putin e Xi Jinping. È segno di una distanza ideologica crescente tra Stati Uniti e Europa?
Di ideologia ormai ce n’è poca. Si ragiona in termini di interessi immediati di questo o quel Paese e di inclinazioni personali dei leader. Non c’è più quella grande contrapposizione ideologica tra teorici del marxismo e neoliberisti. Il conflitto oggi è più accidentato, imprevedibile, meno decifrabile.
L’Europa è stretta tra Usa, Russia e Cina. Come uscirne?
Ogni Paese europeo cerca di cavarsela da solo. La crisi ucraina ha dimostrato che l’Alleanza Atlantica è ormai formale: ciascuno fa ciò che vuole, dalla Turchia alla Francia, passando per Polonia e Italia. Non c’è più una coesione atlantica e sono venuti a galla nodi a lungo coperti. L’allargamento a Est della Nato, inoltre, ha ridotto la credibilità stessa della sicurezza americana. Insomma, siamo andati abbastanza fuori i giri e soprattutto non c’è una particolare assonanza di interessi fra gli europei e poi fra gli europei e gli americani e, infine, fra gli americani stessi. L’America è una nazione in dissoluzione.
Gli Stati Uniti appaiono sempre più polarizzati internamente. Questo si riflette sulla loro politica estera?
Non parlerei di polarizzazione, perché quella presuppone un’identità condivisa. Negli Stati Uniti ormai c’è una frattura più profonda: molti americani non si riconoscono più reciprocamente come appartenenti alla stessa nazione. Questo si traduce in una politica estera frammentata e imprevedibile.
L’America, dopo il fallimento delle guerre in Iraq e Afghanistan, sembra voler tornare a occuparsi di sé. Quanto pesa questa scelta?
L’America ha scoperto con dolore che il resto del mondo non vuole diventare come lei. Dopo i fallimenti militari e la crisi infrastrutturale interna, oggi non sarebbe in grado di sostenere una guerra contro una grande potenza. L’Ucraina ha mostrato la fragilità del suo apparato militare.
La Germania vive una profonda crisi.
La Germania è un Paese sotto shock, ha perso riferimenti certi: la fiducia nell’ombrello americano, l’energia russa a buon mercato e il mercato cinese e infine ha perso il primato delle tecnologie industriali. Quello tedesco è un modello che non funziona più perché ha drenato quanto era possibile dalle economie europee, ma ora si è trovata in recessione.
L’ascesa di Friedrich Merz potrà cambiare qualcosa?
Merz più che un tedesco è un uomo di BlackRock. I suoi esordi paiono molto poco politici e se vogliamo poco rispettosi dei costumi tedeschi e della Costituzione visto che ha lanciato un piano da 1.000 miliardi, 800 per il riarmo e 200 per infrastrutture e politiche ambientali. Tutto a fari spenti, senza ancora aver insediato il nuovo governo e facendo votare il vecchio Bundestag sulla revisione del freno del debito rompendo con un tabù storico, morale e culturale. La Germania scaricherà inevitabilmente la crisi sugli altri Paesi europei. Per questa ragione non può proporsi come leader dell’Unione europea.
E l’Italia, con Giorgia Meloni che tenta di proporsi come mediatore tra Europa e Stati Uniti, che ruolo può avere?
Vedo una carenza di umorismo, cioè l’idea che il presidente del Consiglio italiano parli a nome dell’Europa al presidente degli Stati Uniti. Evidentemente è una battuta di spirito.
Sembra di capire che lei veda il progetto europeo come finito. È davvero così?
Quale progetto? Non esiste un vero progetto europeo. Esistono trattati, accordi di funzionamento tra i 27 Paesi membri. Un progetto politico unitario presuppone una federazione che oggi nessuno vuole. Restiamo una delle regioni del mondo dove si vive meglio, anche se seduti sopra un vulcano mai completamente spento. Il rischio di guerra esiste e dobbiamo confrontarci con questa realtà.
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