Dieci anni dopo, cosa resta della cultura di benvenuto di Angela Merkel

Sono solo tre parole, ma negli ultimi dieci anni hanno cambiato la Germania, i tedeschi, le loro città e la loro politica. «Wir schaffen das»: ce la facciamo. Era il 31 agosto del 2015 quando, ad una conferenza a Berlino, la cancelliera Angela Merkel pronunziò questa frase di incoraggiamento ai tedeschi. Scioccati dalle immagini in tv di bambini e famiglie intere che fuggivano dalla guerra in Siria. Dai conflitti in Afghanistan o in Iraq.
Lo sforzo tedesco
Nel 2014, avevano già trovato rifugio 750mila profughi in Germania. Ma nel 2015 le richieste di asilo nel paese della Merkel erano salite ad 1,2 milioni. Tanto che nel 2016 la stessa Kanzlerin ratificò con la Turchia di Erdogan una sorta di deal (da 6 miliardi di euro) per trattenere nelle coste turche la marea di profughi siriani. Dall’inizio del 2022 poi, subito dopo la pandemia da Covid e la guerra di Putin in Ucraina, più di un milione di ucraini si sono rifugiati nella Repubblica Federale. Che di fatto oggi accoglie circa 3,3 milioni di profughi: nella Ue, nessun Stato ha accolto tanti rifugiati come la Germania. Uno sforzo immenso che costa allo Stato tedesco tra i 13 e i 17 miliardi di euro all’anno per far fronte agli alloggi, al sostentamento e alle pratiche delle tante richieste di asilo.
«Come patria degli asilanti oggi la Germania è esaurita», ha titolato il settimanale Der Spiegel. Nella stessa Cdu, guidata ora dal Kanzler Friedrich Merz, la politica migratoria è totalmente cambiata dai tempi della Merkel. E nelle città poco è rimasto della «Willkommens Kultur», dell’ethos del «Benvenuti!» con cui a Monaco, Berlino o Amburgo nel 2015 si aprivano le braccia ai profughi. Dopo la serie di attentati che hanno insanguinato le piazze tedesche - l’ultima strage è dell’estate 2024 quando, al «Festival della Diversità» a Solingen, un siriano ha ucciso tre persone, ferendone altre otto a colpi di coltello - l’era «dell’accoglienza» è passata per sempre in Germania. Anche perché nel frattempo la AfD ha fatto dello stop ai migranti e di una politica di «Remigration» il suo cavallo di battaglia. Oggi «Alternative für Deutschland» è il secondo partito in Germania, con punte di oltre il 30 per cento dei consensi nelle cinque regioni dell’est. Certo, nelle sue «Memorie», la Merkel ha ribadito che la sua decisione di 10 anni fa non era sbagliata e che «noi tedeschi ce l’abbiamo fatta».

Di fatto però il governo Merz, la nuova coalizione a Berlino di Cdu e Spd, ha imposto misure più restrittive nei riguardi dei migranti. Tanto che da giugno la Bundespolizei, la polizia federale setaccia i confini, respingendo i richiedenti asilo. Ma dal 2015 ad oggi cosa sono riusciti «a fare» i tedeschi per i milioni di rifugiati accolti nelle 16 regioni federali? E cosa è andato storto nella loro «integrazione» in una Germania in cui vivono 84,7 milioni di cittadini, di cui circa 14 milioni gli stranieri, il triplo cioè di quanti ne vivono in Italia?
Cosa è andato storto
Il primo fattore che non ha funzionato è la mancanza di alloggi. Ancora oggi nell’ex aeroporto di Tegel, a Berlino-ovest, sono in funzione centri di accoglienza per 5mila persone. «Ma questi grossi centri - spiega Christian Gaebler, assessore all’edilizia di Berlino - sono costosi e non favoriscono certo l’integrazione dei rifugiati». Il Senato della capitale Berlino ha appena deciso di passare a cointainer per ospitare, dal 2026, i 2500 profughi a Tegel. La cronica penuria di appartamenti è la realtà che fa dire ad Achim Brötel, presidente dei Comuni tedeschi, «che non possiamo più accogliere altri rifugiati, se vogliamo integrare quelli già accolti».
Il problema infatti non sono solo le strutture abitative per i profughi, ma integrarne i figli nel sistema scolastico. La maggior parte dei 300mila bambini e ragazzi arrivati in Germania, dalla Siria o dall’Afghanistan con la prima ondata del 2015, hanno avuto gravi difficoltà ad apprendere il tedesco, ma anche in matematica. Molti sono giunti in Germania traumatizzati dalla guerra, o dal viaggio. Un rapporto sugli istituti tecnici dimostra che, ancora nel 2023, il 44 per cento dei ragazzi rifugiati ha abbandonato i corsi di studio, e che uno su quattro non arriva al diploma. D’altronde, negli istituti tecnici tedeschi si cercano disperatamente nuovi insegnanti.

Integrazione sul lavoro
Nonostante le difficoltà con la lingua, i titoli di studio o la burocrazia, sul campo del lavoro l’integrazione dei migranti non è del tutto fallita. Un’analisi dell’Istituto di Norimberga per il mercato del lavoro (IAB) evidenzia che circa tre quarti degli uomini rifugiati in Germania dal 2015 ha trovato ormai un posto di lavoro. Diversa la situazione per le donne: dopo 10 anni in Germania, due rifugiate su tre non svolgono alcuna occupazione. Ciò che ha a che fare con la mentalità patriarcale o con il loro ruolo di madri. Ma anche con la mancanza di competenze e qualificazione dei rifugiati: tra il 2014 e 2016, il 45 per cento dei profughi in Germania non aveva alcun titolo scolastico; e l’84 per cento nessuna qualifica professionale. Oggi, dopo un decennio di corsi nelle scuole e aziende tedesche, la percentuale dei migranti senza specializzazione professionale è scesa almeno al 69 per cento. È vero poi che tra i rifugiati dall’Ucraina il 34 per cento dispone di un titolo di studio superiore, ma solo l’8 per cento degli ucraini afferma di sapere «bene» o «molto bene» il tedesco.
Numeri e politica
Dopo la serie degli attentati atroci poi, come quello del 2016 al mercatino di Natale di Berlino, una strage compiuta dal tunisino Anis Amri, il tema «criminalità degli stranieri» è un Leitmotiv costante nel dibattito mediale, e politico. Le statistiche della polizia sono chiare: il 42 per cento di reati quali furto, omicidio, lesioni personali risultano commessi da stranieri. Più che i respingimenti alle frontiere tedesche, è però la situazione in Siria e in Afghanistan che sta ora frenando il trend dei profughi in Germania. Lo scorso anno hanno fatto domanda di asilo 213mila persone, il 34 per cento in meno del 2023. E a gennaio e febbraio scorso le richieste erano scese del 43 per cento.
Nonostante queste cifre, anche quest’anno la AfD ha fatto stampare il suo calendario razzista. Su ogni mese si legge uno slogan più xenofobo dell’altro: «Vuoi farti le vacanze in Germania? Solo con un ticket one-way». Oppure: «Buon viaggio di ritorno, Habibi!», ispirato allo slogan principale della AfD, che oggi richiede «Remigration per milioni di asilanti». Insomma, visti gli eclatanti successi elettorali di AfD, non si certo può dire che la politica del Willkommen, iniziata 10 anni fa dalla Merkel, abbia avuto i suoi frutti in Germania.
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