Politica

Chiaruzzi: «Gli Usa sacrificano l’Ucraina sull’altare delle grandi potenze»

Il professore associato di Teoria e relazioni internazionali e Storia del pensiero politico all’Università di Bologna è autore con Sofia Ventura – anche lei docente a Bologna di Comunicazione politica – del saggio «Perché l’Ucraina combatte»
Un palazzo colpito da un raid russo nella regione di Kiev - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Un palazzo colpito da un raid russo nella regione di Kiev - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La guerra in Ucraina come guerra d’Europa e per la difesa dei valori dell’Unione. Nel momento in cui si discute con insistenza della trattativa tra Usa e Russia per il futuro dell’Ucraina, a cui si oppongono in primis Kiev e Bruxelles per non essere bypassati. Michele Chiaruzzi, docente di Relazioni internazionali all’Università di Bologna è autore, con Sofia Ventura anche lei docente a Bologna di Comunicazione politica del saggio «Perché l’Ucraina combatte» (Linkiesta Books, 250 pp. 19 euro).

Professor Chiaruzzi, nel libro «Perché l’Ucraina combatte» lei scrive che difesa dall’aggressione esterna e tutela della democrazia interna, per Kiev, «si sono rivelate un tutt’uno» dalla Rivoluzione della dignità in poi. Recentemente gli Stati Uniti hanno presentato un piano in 28 punti, per che cosa sta combattendo l’Ucraina al tavolo negoziale?

Per una «pace di dignità», come ha detto Zelensky. Dignità è anzitutto un concetto morale che riguarda il rispetto dovuto all’uomo e che l’uomo deve a sé stesso. È poi il cardine della moderna civiltà giuridica e dello stato di diritto che tutela il valore autonomo e intrinseco della dignità umana. Questo valore si realizza solo in uno spazio politico di libertà e indipendenza.

Rubio insiste sul fatto che l’obiettivo americano è garantire la «sovranità» ucraina. Ma che cosa significa sovranità in un accordo che, nei fatti, partirebbe dalle conquiste territoriali russe degli ultimi anni?

Non sappiamo cosa intenda davvero Rubio. Sappiamo che la sovranità, come tutto, è esposta alla storia. In Ucraina è una storia di resistenza a una grande potenza aggreditrice capace di occupare, per ora, parti del territorio ucraino. Garantire la sovranità Ucraina significa che essa possa esistere e ordinarsi per agire secondo i propri fini sul suo territorio, cioè quello riconosciuto come tale dalla comunità internazionale.

Dove si colloca il confine tra difesa della sovranità e accettazione di un nuovo status quo imposto dalla forza?

Questioni di questo genere sono valutate meglio da chi le pratica negoziando sotto la pressione della guerra, piuttosto che da docenti distaccati e inefficaci. Credo, tuttavia, che il confine si collochi nel punto in cui la volontà di resistenza è piegata dalla volontà di potenza, ossia dove la capacità di difesa soccombe, o teme di soccombere, alla potenza dell’aggressione. Esistono ragioni della forza che la ragione stenta a riconoscere, finché non incombono.

Nel primo piano americano si prevedeva che Zelensky si dimettesse e convocasse elezioni entro 100 giorni dalla fine della guerra. Che lettura dà di questa richiesta? È un elemento di normalizzazione democratica o rischia di trasformare la pace in un regolamento di conti politici imposto dall’esterno?

Il governo degli Stati Uniti vorrebbe sacrificare l’Ucraina sull’altare delle grandi potenze, in nome della gestione delle relazioni reciproche e dell’imposizione di un certo livello di direzione congiunta sulle altre potenze. Ciò implica violarne i diritti di sovranità, indipendenza e uguaglianza, incluse quelli delle democrazie come l’Ucraina. L’egemone resta la guida suprema delle relazioni internazionali, anche quando sembra la desolante parodia di una potenza democratica responsabile.

Michele Chiaruzzi
Michele Chiaruzzi

Lei ha scritto della «pace ingiusta» cercata da chi, dall’esterno, preferisce la fine delle ostilità a qualunque costo pur di tornare alla normalità. Guardando al negoziato in corso, vede il rischio di una pace ingiusta per l’Ucraina ma anche per l’Europa?

Il negoziato rispecchia i rapporti di forza e diplomazia. Non è un gioco di società o un parco divertimenti che offre sconti e gratuità a persone volenterose. Offre scelte ardue. Oggi offre la pace, al prezzo di consentire a Putin e Trump di risistemare l’Europa, o l’imbrigliamento della barbarie di quest’asse, al prezzo della guerra e della diplomazia. Nel libro emerge l’idea che la Russia abbia sottovalutato la «volontà di resistenza» ucraina, pensando di imporre una volontà di potenza.

Oggi, quattro anni dopo l’invasione su larga scala, questa asimmetria tra volontà di potenza e volontà di resistenza è ancora a favore di Kiev o il logoramento rischia di ribaltare i rapporti?

Il logoramento dimostra che l’impossibilità di prevedere è uno dei maggiori attriti della guerra, per cui le cose sono molto differenti da come s’immaginano. L’Ucraina doveva cadere in poco tempo ma sono passati 4 anni, col loro immondo tributo di morte e distruzione. La preponderanza in guerra è solo il mezzo per uno scopo a cui andrebbe sacrificata. Ma occorre conoscere il punto che segna il limite, per non superarlo e raccogliere, invece di nuove vittorie, danni finali.

Lei parla di «guerra d’Europa» e di un’Europa costretta a riscoprire le sue fondamenta: dignità, libertà, autodeterminazione. Se l’accordo sancisse di fatto una nuova sfera di influenza russa, che cosa significherebbe per l’Unione?

Lo Stato più grande d’Europa è invaso dallo Stato più grande del mondo e smembrato da forze impegnate a imporre il proprio dominio. L’Ucraina è però uno Stato associato e candidato all’Unione europea, il primo caso nella storia dell’Unione. La guerra investe perciò il piano esistenziale dell’Unione Europa e anche dell’Alleanza atlantica che sono, anzitutto, comunità di valori difesi come interessi vitali perché sorti anch’essi dalla guerra e dalla ridefinizione delle sfere d’influenza.

Nel libro lei cita l’idea di Raymond Aron che «sopravvivere significa vincere». Oggi, realistici alla mano, che cosa significherebbe «vittoria» per l’Ucraina? E che cosa, invece, sarebbe il minimo risultato accettabile perché l’Europa possa dire di non aver perso questa guerra, anche se il fronte si chiudesse con un compromesso doloroso?

Significa sopravvivere come Stato sovrano secondo Costituzione, ossia «confermando l’identità europea del popolo ucraino e l’irreversibilità del percorso europeo ed euro-atlantico». Il sostegno dell’Unione e degli Stati europei, neutrali compresi, è per l’indipendenza nazionale attraverso l’integrazione sovranazionale. I compromessi sono tutti dolorosi perché la volontà che porta al compromesso non è motivata da sé stessa, ma dall’esterno, cioè da una volontà opposta. Il che, se e finché si negozia, è inevitabile.

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